ARTISTAGOLOSO NEW LOOK

Ciao a tutti. Followers, lettori casuali, voyeur internauti, amici virtuali. Desidero salutarvi tutti, ringraziarvi per avermi seguita fino ad ora, a chi di voi l’ha fatto. E dire “benvenuto!” a chi lo farà.

Per facilitarvi nella lettura del blog, e per dare un nuovo stile più semplice e accattivante, ho cambiato le pagine. Spero di postare sempre articoli di vostro gradimento, notizie che possano tornarvi utili e qualche ricettina nuova da provare.
Vi segnalo una cosa importante: nel menù della “GALLERIA”, (che prima usavo per brevi excursus sui grandi movimenti artistici o sulle singole produzioni), ho inserito la mia nuova galleria di immagini.

Un portfolio di opere scelte della mia produzione. Fotografate dal visual artist Luca Mainini.
Spero di aver fatto cosa gradita, cari amici e lettori. Basta scorrere sul menù a tendina della Galleria e cliccare su un anno qualsiasi, dal 2009 al 2013. C’è una selezione in ogni anno.

Date un occhio!  E commentate, approvo tutto. O quasi!

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Buona notte

Carol Gianotti

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KOINE’ 2013, MILANO

Ha inaugurato sabato 16 febbraio 2013 a Milano, presso l’Atelier Chagall (Alzaia Naviglio Grande, 4, ore 16,30) e la Galleria Zamenhof (via Zamenhof, 11, ore 18,30)  la doppia collettiva “KOINÈ 2013: 70 artisti per un linguaggio comune dell’arte contemporanea”, a cura di Valentina Carrera e Virgilio Patarini.

La mostra proseguirà a Milano fino al 28 febbraio, per poi trasferirsi a Ferrara, nel prestigioso Palazzo della Racchetta dal 9 al 17 marzo. Ingresso libero.

Koinè 2013

70 artisti per un linguaggio comune dell’arte contemporanea

A cura di Valentina Carrera e Virgilio Patarini

Alla Galleria Zamenhof (aperta tutti i giorni dalle 15 alle 19, ingresso libero)

Opere di

Pier Giorgio Ballerani, Marco Bellomi, Walter Bernardi, Alberto Besson, Marta Boccone, Andrea Boldrini, Fiorenzo Bordin, Andrea Borghi, Simone Boscolo, Marco Bozzini, Annamaria Bracci, Elena Camesasca, Vito Carta, Alfredo Colombo, Lorenzo Curioni, Raffaele De Francesco, Giuseppe De Michele, Bruno De Santi, Laura Di Fazio, Isa Di Battista, Siberiana Di Cocco, Daniela Doni, Paolo Facchinetti, Carlo Fontanella, Massimo Gasperini, Silvio Gatto, Paulus Helbling, Angela Ippolito, Toshiko Kitatani, Paolo Lo Giudice, Marbaf, Franco Maruotti, Massimo Meucci, Natalia Molchanova, Maurizio Molteni, Bruno Moretti Sanlorano, Silvio Natali, Giuseppe Orsenigo, Beatrice Palazzetti, Domenico Paolo, Alessandro Pedrini, Gabriele Perissinotto, Angelo Petrucci, Luigi Profeta, Emanuele Racca, Michele Recluta, Marialuisa Ritorno, Alessandro Rossi, Imerio Rovelli, Susanna Serri, Rosa Spina, Ivo Stazio, Claudia Strà, Mariangela Tirnetta, Federica Vairani, Lyudmila Vasilieva.

All’Atelier Chagall (aperto dal mercoledì al sabato ,ore 15-19; domenica ore 11-19, ingresso libero)

Opere di

Salvatore Alessi, Alessandro Baito, Marina Berra, Ivano Boselli, Valentina Carrera, Anna Cesi, Michelle Hold, Claudia Margadonna, Eleonora Mazza, Virgilio Patarini, Catherine Schmid, Luciano Valensin, Jarmila Vesovic, Gianfranco Zazzeroni.

Un appuntamento fisso

Com’è ormai d’abitudine, fin dal primo anno di programmazione, la Galleria Zamenhof ha un appuntamento fisso con quella che potremmo definire “la mostra delle mostre”. Tutti gli anni infatti, a fine stagione o al principio della stagione successiva, c’è questa specie di rito che consiste nell’allestire una sorta di riassunto delle puntate precedenti: una mostra che riassuma e sintetizzi, in qualche modo, la programmazione della stagione appena conclusa e che presenti opere di tutti gli artisti proposti. Al tempo stesso è un’occasione per fare il punto di un anno di lavoro e per meglio comprendere, forse, il senso di quello che si è fatto.

Per i visitatori è un’occasione per vedere opere e artisti che magari erano sfuggiti.

Per noi, fin dal principio è stato chiaro che significava anche mettere a fuoco la nostra idea di arte contemporanea: quello che ci sembrava rilevante, e accostando un autore all’altro, spesso apparentemente diversissimi, provare a capire se qualcosa ci fosse in comune e cosa e se questo “qualcosa”, questo terreno comune fosse la possibile base, il possibile punto di partenza per definire i termini e la sintassi di una lingua comune dell’arte contemporanea. In greco antico infatti col termine “koinè” si indicava la lingua comune dei greci, al di là delle differenze dei dialetti e delle lingue locali (l’attico, il dorico, ecc.).

Ora più che mai è evidente la necessità di definire se ci sia un minimo comun denominatore nell’infinità di variabili dell’arte contemporanea, al di là delle mode o dei fenomeni di superficie, al di là di inutili distinzioni tra generi, figurazione e astrazione, tra moderno e contemporaneo.

Quest’anno ci sono due importanti novità: la mostra coinvolge anche l’Atelier Chagall e anziché seguire “anticipa” la programmazione dell’anno.

Galleria Zamenhof

via Zamenhof 11,

20136 Milano

Web: www.galleriazamenhof.com

Tel.: 02.83.66.08.23

Orari: dal mer. alla dom. ore 15-19

TORTA DI MELE DELLA CARO

Volete fare una deliziosa e profumata torta di mele? Niente di più classico e gradito per un thè durante il pomeriggio o per colazione, con una tazza di latte caldo, la mattina.
Forse molti di voi lettori la sanno già fare, ma io vi lascio la mia ricetta.

TORTA DI MELE FATTA IN CASA

Ingredienti:
125 gr burro fuso tiepido
250 gr farina 00 autolievitante
180 gr zucchero semolato
3 mele golden
3 uova intere (+un pochino di uovo sbattuto a parte)
la buccia di un limone
zucchero a velo
all’occorrenza: del latte per l’impasto

1 contenitore, 1 teglia da forno rotonda (diametro 22/24), pesa da cucina, sbattitore elettrico, grattugia fine, pennello per dolci

Come fare?
Sciolgo i 125 gr di burro a bagnomaria.
Imburro la teglia.
Accendo il forno ventilato a 180°.
In un grosso recipiente lavoro l’impasto: 180 gr di zucchero, rompo le uova, gratto la buccia del limone, il burro fuso tiepido. Lavoro con la frusta elettrica fino ad amalgamare.
Poi incorporo piano la farina. Non occorre setacciare ma mescolare prima con un cucchiaio dal basso verso l’alto, poi prendo lo sbattitore elettrico e lavoro bene fino a rendere liscio e omogeneo il composto. Qualora fosse un pò “gnucco” (duro), aggiungo mezzo bicchiere di latte. Non di più. Lavoro bene per dieci minuti.
Lascio riposare l’impasto mentre pulisco le mele. Le sbuccio, ne affetto 2 a pezzetti piccoli, una invece la taglio a fettine sottili.
Aggiungo le mele a pezzetti all’impasto, mescolo dal basso all’alto. Trasferisco nella tortiera imburrata. Compongo un cerchio con le fettine di mela sulla superficie della torta e spennello con un pochino di uovo sbattuto. Guarnisco con qualche fiocchetto di burro e inforno nella parte alta del forno. Cuocio per 45 minuti e controllo la cottura verso la fine con uno stuzzicadenti.  Se necessario proseguo la cottura fino e non oltre l’ora.
Una volta sfornata la torta, lascio raffreddare per almeno un paio d’ore.
Finisco con una spolverata di zucchero a velo, se gradita.

Vedrete che soddisfazione fare questa torta! E che gioia quando ne mangerete una fetta! Buonissima anche con due palline di gelato alla vaniglia.

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TORTINE AL CACAO FATTE IN CASA

Ricetta della Caro

Ingredienti:
90 gr zucchero di canna
60 gr burro sciolto a bagnomaria
2 uova intere
100 gr di farina autolievitante (va bene anche quella per pizza e focaccia)
40 gr di cacao amaro in polvere

7 tegliette di forma rotonda di alluminio (quelle per i muffin)
olio per le tegliette

Sciolgo i 60 gr di burro a bagnomaria. Tolgo dal fuoco e faccio intiepidire.
In un recipiente metto lo zucchero, rompo le due uova, il burro e il cacao amaro.
Con una frusta, meglio quella elettrica, amalgamo gli ingredienti. Quando il composto è bello liscio e senza grumi, aggiungo la farina poco alla volta e giro prima col cucchiaio, poi con la frusta. Se l’impasto risultasse un pò troppo compatto e asciutto mi aiuto a renderlo omogeneo e liscio con un pò di latte intero.
Porto la temperatura del forno a 180°.
Prendo le 7  tegliette da muffin e con un filo d’olio extravergine d’oliva  le spalmo sia sui fondi che sui bordi. Con una spatolina e un cucchiaino riempio le tegliette col composto fino a metà della loro altezza perchè i dolci in cottura raddoppiano il loro volume.
Inforno a 180 sul ripiano alto del forno, ventilato, per 25/30 minuti. Controllo la cottura con uno stuzzicadenti nel mezzo prima di toglierli dal forno. Devono rimanere lievitati, gonfi e soffici, fuori con la crosticina. Faccio raffreddare le tortine prima di assaggiarle! Ci sta anche una spolveratina di zucchero a velo, ma a me piacciono così, nude. Deliziose con il thè al pomeriggio, ma anche la mattina per colazione.
E sono facilissime da fare, provate. Poi mi direte.

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la metafisica secondo Aringhieri

La metafisica secondo Aringhieri

Carol Gianotti, 20 ottobre 2012, all rights reserved

Guardando le opere di Manola Aringhieri non posso fare a meno di rivedere in lei l’atmosfera metafisica dei grandi De Chirico e Delvaux. Ma questa è solo la prima impressione, ed è un’analogia semplice e affrettata che l’analisi visiva ci insegna a superare.

Ne Il corpo vuoto le figuri femminili poste sul grande torso acefalo, marmoreo, ellenistico, richiamano la classica formalità metafisica e onirica, ma ci fanno anche riflettere sull’utilizzo dell’icona del corpo femminile. Assistiamo infatti alla nudità contemporanea che non ha nulla a che vedere con la sacralità del corpo classico: i nudi ci appaiono più vuoti e asettici del corpo freddo. E, seppure quest’opera utilizzi mezzi espressivi moderni e reinterpreti la lezione metafisica, ci porta ad una riflessione ben più profonda che la semplice narrazione di un sogno. Se infatti, la metafisica agli albori, come il surrealismo, appaiono innovativi, l’uso formale che l’Aringhieri ne fa oggi non può essere interpretato con la sola chiave di lettura metafisica.

Questi deserti dell’anima, questi motivi ornamentali astratti, questi alberi secchi che da sempre rappresentano la fine di un ciclo, questa nuova classicità che mal si fonde con l’iconologia privata e mass mediatica del corpo femminile, non fa che acuire il senso di perdita del corpo della donna. Corpo inteso non solo fisicamente, ma con l’accezione filosofica di corpo-anima, rimasto indietro, perso in chissà quale percorso e mai più ritrovato.  Le architetture scevre, le crepe, gli scheletri degli alberi, le donne rigide,- con le masse dei capelli che richiamano le dure geometrie delle greche- , l’uso del colore sullo spazio aperto, con i toni azzurrati-rosati dell’alba (o del crepuscolo), a dialogare col freddo celeste del Corpo vuoto,  infondono alla scena un tono drammatico. Il dramma che si consuma è quello di una corporeità che non ha nulla di diafano e sano, ma che è specchio del disagio esistenziale.

Ne La terra e il cielo, un delizioso disegno (genere fantasy-visionario) vediamo come l’Arighieri interpreti e mescoli imput mitologici a delicate cromie. Un essere antropomorfo nasce dalla nuda terra e ha radici in essa, che lo trattengono, ancorandolo per le gambe. Come tutti noi, che dalla terra nasciamo e ad essa torniamo, quando il nostro ciclo è concluso. Ma il desiderio di questo Uomo, analogamente a molti di noi, è il desiderio di elevazione. Elevazione al “cielo”, a qualcosa di Alto e Altro. Ecco perchè le sue braccia spalancate al futuro e all’ignoto tendo no ad elevarsi, cercando di strapparlo alle sue radici, ai suoi retaggi.

Ecco perchè l’artista sceglie di donargli le ali. Lo scorcio del volto è mirabilmente realizzato. Il metodo è quanto più accademico, con un ricco chiaroscuro e un’ottima gamma cromatica. Interessante la scelta di dare luminosità al cielo blu petrolio con una fascia di luce bianca in linea d’orizzonte e un gradiente scuro verso la sommità, la parte superiore della campitura-cielo. Pregevole anche la scelta dei colori di terra dell’Uomo, che si azzurrano progressivamente alla conformazione delle ali. Dalla terra al cielo.

“In un’atmosfera vagamente surreale, c’è un primo piano di donna che esprime la sua drammaticità.” Manola Aringhieri

Ne La Porta del Tempo, una tela di grandi dimensioni (100×100 cm.), candidata a Premio Celeste 2012, è chiara l’evoluzione della sua ricerca pittorica.

Mantenendo sempre la sua caratteristica peculiare, legata all’espressività surreale/metafisica, notiamo la creazione di un’opera solida, efficace, sonora. La gamma di colori è un accordo a quattro cromie, bruni, incarnati, bluastri e rossi. la fluidità della linea e della linea pittorica non alleggerisce la fermezza della composizione: la bellezza naif eppure sensuale e trasognata della figura in primo piano cattura l’occhio. Non interagisce con lo spettatore, è persa in un sogno o in un pensiero trascendente, non vuole guardare il mondo ma guardar dentro sè stessa, in un movimento univoco e unilaterale.

In secondo piano, ma quasi generate dal sogno della donna, tre figure che creano un suono, un ritmo: l’icona marmorea con la testa crepata che crea un’ibrido dallo stupendo colore del mare, scintillante come le squame di pesce, senza tratti somatici, bello e fine a se stesso, che non può esprimersi ma solo tacere e sussistere. E, infine, l’evoluzione in donna, seduta su una nube rigonfia, con un abito che non svela la mani e i piedi e che ristente di un’iconologia che per secoli ha nascosto e determinato la funzione limitata della donna-madonna-oggetto. E’ una scala evoluzionista limitata, forse l’incubo della donna in primo piano, immagine corticale, squilibrio chimico mai risolto.

Eppure tutto trova la sua naturale collocazione, in un cielo vorticante come l’avrebbe visto Van Gogh, affiancato ad uno squarcio rosso, una ferita, violento come una quinta di teatro a cielo aperto. Tutto questo dovrebbe vibrare d’ansia. E invece no. E’ pervaso da una tranquillità artificiale, come un lento sogno a colori.

Curiosa la scelta dell’artista di firmare i lavori e, talvolta, scriverne col suo corsivo rotondo, i titoli. Non avrebbe avuto senso in un artista debitamente inserito nelle folli e pulite meccaniche contemporanee. Ma deliziosa e comprensibile per i linguaggi diretti e iconici scelti dalla Aringhieri, che non si sforza di “essere” contemporanea, ma percorre la sua strada narrando ed evocando con i mezzi e le velleità che più le si confanno.

Il tema della donna e del disagio, del sogno, del desiderio di accettazione, riqualifica ed emancipazione, espressi attraverso una pittura se vogliamo retrò, ma sicuramente ricca di impressioni e dalla svariate percezioni, fanno di questa artista una figura da prendere in considerazione nel panorama delle arti figurative.

Vi invito a guardare le opere di Manola Aringhieri sul sito http://www.premioceleste.it  / members

MANOLA ARINGHIERI
presentazione

La formazione artistica di Manola Aringhieri parte dall’Istituto d’Arte di Pisa e continua con la frequentazione della Libera Accademia del maestro D. Schinasi.
Inizia così un’accurata produzione grafica in cui usa prevalentemente il pennino a china e introduce poi delicatamente il colore in acquarelli o chine colorate. I soggetti sono quasi sempre figure femminili, o maschili. L’elemento umano è imprescindibile e la donna in particolare viene rappresentata nelle sue varie tipologie e condizioni.
Nota biografica:
Manola Aringhieri è nata a Rosignano Solvay nel ’57, ma vive e lavora a Castiglioncello (LI) – ha conseguito il diploma di maestra d’arte all’Istituto st. d’arte di Pisa e in seguito si è abilitata per l’insegnamento di Educazione artistica.

I Comandamenti di Keith Haring a Udine.

Anteprima tutta italiana per Keith Haring, in una location che nel nostro Paese difficilmente accoglie opere di arte contemporanea, soprattutto se si pensa al graffitismo e all’esistenza di uno dei suoi più grandi esponenti, Haring appunto.
E invece, in occasione della rassegna “Bianco e Nero”, a Udine sono arrivate undici grandissime pale d’altare, allestite nella chiesa (sconsacrata) di San Francesco, in un progetto curato da Gianni Mercurio che si inaugura stamattina.
La serie dei “I dieci comandamenti” e “Il matrimonio dell’inferno e del paradiso”, sono le tele esposte nella chiesa della città friulana, a raccontare la sacralità e la denuncia sociale attraverso gli stilemi più conosciuti del percorso artistico del graffitista newyorkese di adozione: colori assolutamente vivi e figure stilizzate che raffigurano il “male” contemporaneo, mentre nulla di scandaloso stavolta traspare.
«L’arte di Haring tende ad affermare l’identità del sacro e del sociale; lo spirituale è una presenza sociologica più che una esperienza trascendente perché egli coglie nel sacro il volto dell’esperienza vissuta dall’Uomo» ha raccontato il curatore. 
 
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Ma Udine non celebrerà solo con “Extralarge”, questo il titolo della mostra in San Francesco, la figura dell’artista: stasera, al Cinema Visionario, in collaborazione con il CEC della città si proietterà il docu-film “The Universe of Keith Haring”, collage di immagini di repertorio e interviste a personaggi chiave della vita di Haring, preludio alla mostra. Ospite anche la regista del film, Christina Clausen, danese di nascita e italiana d’adozione. Il festival “Bianco e nero” si chiuderà il prossimo 8 settembre, con un concerto di Ennio Morricone, mentre la mostra resterà in città fino al prossimo 15 febbraio.
Articolo tratto da exibart.com

ROSSO GASTEL / FONDAZIONE LE STELLINE

12 luglio 2012 – 10 settembre 2012

ROSSO GASTEL
mostra fotografica

PROROGATA FINO A DOMENICA 9 SETTEMBRE

A seguito del grande successo di pubblico e critica,  la mostra ROSSO GASTEL, ospitata dalla Fondazione Stelline, è prorogata fino al 9 settembre.
L’esposizione presenta 12 scatti del fotografo milanese Giovanni Gastel, artista tra i più conosciuti a livello internazionale.
Le sue opere fotografiche ritraggono figure femminili, caratterizzate  dalla presenza, a volte solo accennata, a volte massiccia della  tonalità rossa.
L’iniziativa è uno degli eventi collaterali organizzati in occasione e in contemporanea alla personale di Mario Arlati, intitolata ROSSO|RED|ROJO, che, negli spazi della Fondazione, ha proposto ventidue sue opere recenti che invitano il visitatore ad intraprendere un viaggio nel colore rosso.
Ed è proprio rosso, il colore del filo che lega tra di loro queste suggestive immagini, e che si manifesta sia attraverso le forme eleganti dei vestiti che abbigliano le donne  protagoniste delle fotografie, sia attraverso un particolare, come le labbra, una  collana o un’acconciatura, che cattura l’occhio del visitatore, sia mediante un  artificio tecnico, come la stampa virata in rosso, o ancora tramite un’inquietante  nebbia che si allunga sul corpo della modella.

ROSSO GASTEL
fino al 9 settembre 2012
Chiostro della Magnolia, Fondazione le Stelline, Corso Magenta, Milano
ingresso libero

luigi ghirri alla triennale di milano (fino al 26 agosto)

TRIENNALE di Milano

11 Luglio. 26 Agosto 2012.

1984: FOTOGRAFIE DA VIAGGIO IN ITALIA
OMAGGIO A LUIGI GHIRRI

orari:
mart-dom 10.30-20.30
gio10.30-23.00
ingresso gratuito

A cura di Roberta Valtorta

Il Museo di Fotografia Contemporanea rende omaggio a Luigi Ghirri in occasione del ventennale della morte proponendo al pubblico una selezione di fotografie dalla mostra “Viaggio in Italia”, il progetto da lui curato nel 1984 che divenne il manifesto della “scuola italiana di paesaggio”. Le fotografie, ora parte delle collezioni del Museo, vengono per la prima volta presentate al pubblico dopo il restauro finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con il sostegno e la collaborazione scientifica della Direzione generale per il paesaggio, le belle arti, l’architettura e l’arte contemporanee (PaBAAC).

Alla fine degli anni Settanta Luigi Ghirri, uno dei grandi maestri della fotografia contemporanea italiana e internazionale, concepisce uno straordinario progetto di “rifondazione” dell’immagine del paesaggio italiano. Nel 1984 il progetto “Viaggio in Italia” prende forma in una mostra alla Pinacoteca Provinciale di Bari e in un libro pubblicato dal Quadrante di Alessandria, con un testo di Arturo Carlo Quintavalle e uno scritto di Gianni Celati. Vi prendono parte venti fotografi, per la maggior parte italiani: Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Giannantonio Battistella, Vincenzo Castella, Andrea Cavazzuti, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Vittore Fossati, Carlo Garzia, Guido Guidi, Luigi Ghirri, Shelley Hill, Mimmo Jodice, Gianni Leone, Claud Nori, Umberto Sartorello, Mario Tinelli, Ernesto Tuliozi, Fulvio Ventura, Cuchi White. Molti di loro sono oggi artisti molto noti a livello internazionale.

Le fotografie di “Viaggio in Italia” rappresentano un calmo e raffinato esercizio della visione e propongono un nuovo ABC del paesaggio italiano indagato nei suoi elementi primari grazie a un approccio intellettuale e al tempo stesso affettivo, privo di retorica, stereotipi, gerarchie. Sono fotografie on the road, apparentemente semplici, silenziose, un po’ pensose, attente ai molti luoghi della provincia ma anche alle città: lontane dal reportage sensazionalistico, sono un invito a rivolgere lo sguardo alla quotidianità e alla normalità carica di poesia del paesaggio che ci sta intorno.

A distanza di quasi trent’anni, il progetto ghirriano offre una emozionante riflessione sull’identità del “Bel Paese” ricercata nel racconto di luoghi che ormai si sono completamente trasformati, spesso perdendo quella armonia tra natura e cultura che era un tratto così profondamente italiano.

La mostra presenta 100 fotografie da “Viaggio In Italia”, una serie di fotografie di Giovanna Calvenzi che documentano la mostra e il convegno che si tennero nel 1984 alla Pinacoteca Provinciale di Bari, e il film di Maurizio Magri con sceneggiatura di Vittore Fossati “Viaggio in Italia. I fotografi vent’anni dopo”, prodotto dal Museo di Fotografia Contemporanea nel 2004, ormai esaurito e ristampato per l’occasione.

Il pubblico potrà trovare in vendita presso il bookshop della Triennale il dvd del film di Maurizio Magri, il libro “Racconti dal paesaggio. 1984-2004 A vent’anni da Viaggio in Italia” edito da Museo di Fotografia Contemporanea/ Lupetti Editori di Comunicazione nel 2004, una tiratura straordinaria di multipli d’autore di fotografie di Mario Cresci, Guido Guidi e Mimmo Jodice realizzati con la tecnologia Epson Digigraphie® a cura dell’associazione Amici del Museo di Fotografia Contemporanea.

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Scatti Olimpici

TRIENNALE DESIGN MUSEUM – TEATRO DELL’ARTE
MILANO

3 Luglio. 2 Settembre 2012.

SCATTI OLIMPICI (SPORT E OLIMPIADI NELLE FOTOGRAFIE DEL TOURING CLUB ITALIANO)

Ingresso Gratuito

Una trentina di fotografie provenienti dall’Archivio del Touring Club Italiano festeggiano le Olimpiadi londinesi. Momenti di gloria e attimi di sconforto, spalti deserti e stadi affollatissimi. E soprattutto gli atleti, ‘fermati’ nello scatto fotografico nel momento dello sforzo o durante la premiazione. Ma oltre alle foto delle Olimpiadi di Roma, Londra, Helsinki, Città del Messico, altre immagini immortalano, accanto ad atleti entrati nella storia, altre situazioni in cui, con non meno impegno agonistico,   persone comuni  diventano  protagonisti  dello sport.

Nei video, ispirati  al tema, una selezione di fotografie delle città che hanno ospitato le moderne Olimpiadi e un filmato di una scuola di vela.

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IL KITSCH DI GILLO DORFLES

13 Giugno. 2 Settembre 2012.

Alla Triennale di Milano

KITSCH, OGGI IL KITSCH

A cura di Gillo Dorfles
Con Aldo Colonetti, Franco Origoni, Luigi Sansone e Anna Steiner  

La Triennale di Milano presenta la mostra Gillo Dorfles. Kitsch – oggi il kitsch curata da Gillo Dorfles, insieme con Aldo Colonetti, Franco Origoni, Luigi Sansone e Anna Steiner.

Nel 1968 esce “Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto” edito da Mazzotta, una serie di approfondimenti teorici che hanno aiutato a descrivere il concetto di kitsch in tutte le sue articolazioni; concetto che Dorfles per primo ha contribuito in modo decisivo a definire, a livello internazionale.

Il testo di Dorfles è una vera pietra miliare per la comprensione e l’evoluzione del “cattivo gusto” dell’arte moderna; afferma che alcuni capolavori della storia dell’arte come il Mosé di Michelangelo, la Gioconda di Leonardo sono “divenuti emblemi kitsch perché ormai riprodotti trivialmente e conosciuti, non per i loro autentici valori ma per il surrogato sentimentale o tecnico dei loro valori”.

“L’industrializzazione culturale, afferma Dorfles, estesa al mondo delle immagini artistiche ha condotto con sé un’esasperazione delle tradizionali distinzioni tra i diversi strati socio-culturali. La cultura di massa è venuta ad acquistare dei caratteri assai diversi (almeno apparentemente) dalla cultura d’élite, e ha reso assai più ubiquitario e trionfante il kitsch dell’arte stessa.”

Nel citato libro di Dorfles vengono esaminati da alcuni studiosi vari aspetti del kitsch, dalle riproduzioni dozzinali di opere d’arte alla “musica di consumo”, dal cinema alla pubblicità, dal design all’architettura.

Alcuni artisti, soprattutto delle avanguardie, hanno riproposto immagini di capolavori della storia dell’arte, universalmente riconosciuti, per creare consapevolmente “ricercate opere” kitsch, ironiche, provocatorie o scandalose: è il caso dell’opera L.H.O.O.Q., 1919, un ready made ritoccato da Marcel Duchamp, versione con aggiunta di barba e baffi della Gioconda di Leonardo, dal titolo dissacrante (pronunciando il nome delle lettere in francese si ottiene la frase “elle a chaud au cul”).

La prima parte della mostra presenta… “ autori, i quali volutamente usano citazioni kitsch” (Gillo Dorfles).

Tra gli artisti Adriana Bisi Fabbri con Salomè di fronte (passo di danza), 1911, e Salomè a tergo (Mossa di danza), 1911, che rappresenta il personaggio biblico con rotondità paradossalmente eccessive; Alberto Savinio che con Penelope, 1933, rivive con ironia il mito classico; Gianfilippo Usellini che con Donna con la coda, 1970, riporta con ironico paradosso a una primitiva condizione animale; e ancora Enrico Baj che con Madame Garonne, 2003, assembla materiali diversi per denunciare la corruzione del gusto causata dalla cultura del prodotto industriale. Infine tre opere di Salvador Dalì fanno parte di questo gruppo di artisti che sono in mostra in qualità di ironici ispiratori del fenomeno.

Il percorso dell’esposizione continua con una serie di autori deliberatamente kitsch.

Afferma Gillo Dorfles: “qui vediamo alcuni artisti contemporanei che, intenzionalmente, creano opere con elementi che fanno riferimento alla cultura del kitsch”

Tra questi artisti Luigi Ontani, che con l’opera Er ciclopercurione, 1990, si avvicina a una figurazione fantastica che attinge e manipola con ironia suggestioni da differenti culture, linguaggi e tecniche espressive; Antonio Fomez con Michelino, 1966, ispirato alla Pop Art; Felipe Cardeña che con i suoi collage policromi presenta composizioni kitsch che sovrappongono fiori e frutti ritagliati da riviste; Leonard Streckfus crea collage in cui personaggi storici sono ritratti con ironia nella vita quotidiana; Corrado Bonomi realizza composizioni con vari oggetti che ironicamente trattano dei problemi dell’uomo; Limbania Fieschi con il suo gusto kitsch americaneggiante; Carla Tolomeo con le sue sedie sculture; Mario Molinari che nelle sue sculture accentua e deforma grottescamente parti anatomiche di esseri umani e animali e le teatrali composizioni di legno, stucco, resina e oggetti vari di Vannetta Cavallotti. Infine l’omaggio ironico a Salvador Dalì del Cracking Art Group attraverso la fusione di materie plastiche e foto e The Bounty Killart che crea sculture di gesso fortemente satiriche.

Tutte queste opere d’arte presenti in mostra forniscono una vasta rappresentazione delle personali interpretazioni di ciascun artista.

Una sala è dedicata all’artista olandese, naturalizzato italiano Rutger (Rudy) Van der Velde, giornalista, grafico pubblicitario, illustratore e artista che ha creato assemblaggi sorprendenti, ironici e ludici con materiali eterogenei, oggetti superflui provenienti dalla nostra società consumistica.

Un’opera in particolare I am free – I feel free, che presenta una gabbia contenente un uomo-automa e una libellula, mentre un’altra libellula all’esterno posata su un ramo gode la libertà, esprime chiaramente la sperimentazione nelle sue opere di una continua ricerca di sensazioni nuove e liberatorie da ogni vincolo di asservimento alla comune realtà.

Nel corridoio che introduce alla mostra un tappeto interattivo composto da 5000 immagini kitsch che si animano al passaggio del pubblico porta il kitsch nel quotidiano, nella nostra vita di tutti i giorni.

La mostra si chiude con l’ultima grande sala nella quale si trova una vera e propria giostra di oggetti kitsch di artisti anonimi, che sono citazioni e riproduzioni del kitsch oggi.

Afferma Gillo Dorfles: “Come sempre, sono l’intenzione e la consapevolezza, sia rispetto all’utilizzo delle tecniche sia nei riguardi dei contenuti, che trasformano un oggetto, una forma, ma anche un comportamento, in un’opera, in un linguaggio che sentiamo veri e autentici. Se non esiste la dimensione culturale, ogni forma d’arte è destinata a cadere nella trappola di un kitsch più o meno consapevole. La vera arte non è mai “maliziosa”; il kitsch lo è, e questa è la sua essenza. È necessario conoscerlo, anche frequentarlo e, perché no, qualche volta utilizzarlo, senza farsi mai prendere la mano. Perché il cattivo gusto è sempre in agguato”.

Accompagna la mostra il libro-catalogo “Gillo Dorfles. Kitsch: oggi il kitsch”, per i tipi di Editrice Compositori, a cura di Aldo Colonetti, Franco Origoni, Luigi Sansone, Anna Steiner, che ospita una conversazione tra Aldo Colonetti e Gillo Dorfles, riflessioni di Vittorio Gregotti, Ugo Volli, Fulvio Carmagnola, Denis Curti, Francesco Leprino, Bruno Pedretti; una particolare documentazione a cura di Luigi Sansone su opere di artisti “ispiratori” e che interpretano oggi questo stile. In chiusura una rassegna fotografica sul kitsch quotidiano, interpretato da oggetti, prodotti, immagini.

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