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BOTTIGLIA DELLA CALMA (metodo-Montessori)

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Al seguito trovate un piccolo tutorial fotografico-didascalico su “come fare una bottiglia della calma”.
Le bottiglie della calma sono dei giochi fai da te per bambini suggeritemi da una maestra di asilo nido che si chiama Iolanda, ma tutti la chiamano Iole, che saluto.
Mia figlia ha un anno e mezzo, parla e cammina benissimo e frequenta il Micro-nido da quando aveva 15 mesi. Ha fatto molti cambiamenti in positivo, adesso mangia da sola senza essere imboccata, sa lavarsi le mani da sola col sapone e riporre la salvietta, mi aiuta a fare tante cose come sciacquare i piatti prima di metterli in lavastoviglie, sa mettere la tabs e far partire la lavastoviglie, sa passarmi i panni da stendere, sa passare lo scopino e tante altre piccole faccende di casa. Al nido hanno notato che ama vestirsi da sola coi vestiti dei grandi, e questo l’ho notato anch’io quando la vedo che gioca a mettersi le mie scarpe o i miei vestiti, le collane della nonna. Ama molto state all’aria aperta, correre, giocare con una palla in memoryfoam, fare su e giù dallo scivolo e fare le scale, attività che con la nostra supervisione le è ampiamente concesso di fare! E le piace anche guardare le bottiglie della calma Montessori.
Se volete farle anche voi per o con i vostri bambini, ecco come ho fatto: dentro ci troveranno dei piccoli mondi! 
MATERIALI:
Una bottiglia vuota da mezzo litro, lavata e asciugata
Colla tipo attak
Scotch bianco
Palloncini e/o cannucce
Glitter in polvere
Olio idratante corpo per bambini
Colorante alimentare per dolci
Acqua
Varie ed eventuali
COME FARE:
Rovescio l’olio per circa tre quarti nella bottiglia

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Poi uno strato alto un dito all’incirca di colorante alimentare, quello liquido per dolci. Mettetene anche di più di olio rispetto a quello che ho messo io qui, perché la parte d’acqua si colorerà del colorante.
Io avendo la bottiglia col tappo azzurro ho scelto il colore blu, e il tema “mare”. 

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Poi cominciate a mettere le vostre piccole decorazioni galleggianti: io ho usato cannucce e palloncini tagliati, glitter e piccoli pesciolini in plastica.

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Quando avete completato con le decorazioni che si muoveranno all’interno arrivate fino quasi all’orlo della bottiglia riempiendo d’acqua. Passate poi al fissaggio del tappo: passate l’attak sul bordo del collo e richiudete col tappo. Lasciate asciugare e poi fissate ulteriormente con lo Scotch bianco.
La bottiglia della calma è fatta! I vostri bambini apprezzeranno! Una volta c’erano le palle in vetro con la neve finta, oggi abbiamo queste bottiglie fai da te, dove possiamo ricreare piccoli mondi, ma il concetto è sempre lo stesso. Muovendo la bottiglia si muoveranno le piccole cose che stanno al suo interno.
Sono molto belle e utili anche le “bottiglie sonore”, fatte con bottiglie e riso o bottiglie e pastina.
Mi raccomando solo di una cosa: fissate Bene i tappi, perché potrebbe rappresentare un pericolo il fatto che le bottiglie si possano aprire e i bambini ingerissero il tappo o il contenuto delle stesse.
Siate accorti nel preparare questi giochi e non fate mai giocare i vostri piccoli da soli, senza la vostra supervisione.
Ancora grazie a Iole e al suo bel suggerimento.

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UN ETE POUR MATISSE

21 giugno 2013 – 23 settembre 2013

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CITTA’ DI NICE-NIZZA (FR)

Un grande evento che coinvolge dieci delle più prestigiose gallerie della città francese: un’estate per Matisse. Acquistando un biglietto (alla modica cifra di 10.00 euro) si ha diritto a entrare in tutte le gallerie convenzionate, che hanno trattato, ognuna attraverso le proprie peculiarità, argomenti artistici correlati alla poetica di Henri Matisse o installato grandi opere prese in prestito da famosi musei d’oltreoceano. Per cui assistiamo al ritorno al Museé Matisse (in patria) e al riallestimento di suoi pezzi mai visti. Nonché ai raffinati tributi fatti da artisti di oggi e di ieri, esposti in gallerie e musei nizzardi.

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L’ estate per Matisse parte dal suo museo a Cimiez, vicino all’abbazia francescana, con la Musique a l’oeuvre, una mostra ricca di temi biblici e musicali trattati dal maestro con un’assoluta freschezza e libertà espressiva. Si snoda poi tra il Teatro della fotografia e dell’immagine e il Meseé Massena, dove si possono ammirare i bronzi di Matisse e le donne della collezione fotografica Turello, che annovera scatti dei più grandi fotografi al mondo (McCurry, Newton, Sudek, Mappelthorp ecc.).
Ma anche una straordinaria mostra iconografica con il tema, molto caro a Matisse, delle “palme, rami di palma e palmette”, con due inaspettati e superbi pezzi di Pierre e Gille e Erwin Olaf.
E poi ancora, gli anni Jazz al Palazzo Lascaris, una bella esposizione dei dipinti di Gustav Moreau, maestro del maestro, al Museo di Belle Arti, e una graziosissima mostra di cartelloni pubblicitari fatti da Matisse e dal suo tipografo di fiducia, dove potrete ammirare, al Meseé de Ponchette sulla Promenade,  la sua straordinaria tecnica grafica con carta ritagliata. E molto altro ancora.

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Sono stati coinvolti anche lo splendido museo d’arte contemporanea di Nizza, il MAMAC, che ha raccolto una intelligente mostra di “tributi” di giganti dell’arte moderna e contemporanea, eseguiti in onore di Matisse, tra i quali ricordo Lagalla, Vezzoli, Basquiat, Lichetrstein e il museo di Archeologia, dove è possibile vedere l’evoluzione di un altro tema caro a Matisse, la piscina.

Imperdibile.

A Nizza, dal 21 giugno al 23 settembre 2013

ARTISTAGOLOSO NEW LOOK

Ciao a tutti. Followers, lettori casuali, voyeur internauti, amici virtuali. Desidero salutarvi tutti, ringraziarvi per avermi seguita fino ad ora, a chi di voi l’ha fatto. E dire “benvenuto!” a chi lo farà.

Per facilitarvi nella lettura del blog, e per dare un nuovo stile più semplice e accattivante, ho cambiato le pagine. Spero di postare sempre articoli di vostro gradimento, notizie che possano tornarvi utili e qualche ricettina nuova da provare.
Vi segnalo una cosa importante: nel menù della “GALLERIA”, (che prima usavo per brevi excursus sui grandi movimenti artistici o sulle singole produzioni), ho inserito la mia nuova galleria di immagini.

Un portfolio di opere scelte della mia produzione. Fotografate dal visual artist Luca Mainini.
Spero di aver fatto cosa gradita, cari amici e lettori. Basta scorrere sul menù a tendina della Galleria e cliccare su un anno qualsiasi, dal 2009 al 2013. C’è una selezione in ogni anno.

Date un occhio!  E commentate, approvo tutto. O quasi!

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Buona notte

Carol Gianotti

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la metafisica secondo Aringhieri

La metafisica secondo Aringhieri

Carol Gianotti, 20 ottobre 2012, all rights reserved

Guardando le opere di Manola Aringhieri non posso fare a meno di rivedere in lei l’atmosfera metafisica dei grandi De Chirico e Delvaux. Ma questa è solo la prima impressione, ed è un’analogia semplice e affrettata che l’analisi visiva ci insegna a superare.

Ne Il corpo vuoto le figuri femminili poste sul grande torso acefalo, marmoreo, ellenistico, richiamano la classica formalità metafisica e onirica, ma ci fanno anche riflettere sull’utilizzo dell’icona del corpo femminile. Assistiamo infatti alla nudità contemporanea che non ha nulla a che vedere con la sacralità del corpo classico: i nudi ci appaiono più vuoti e asettici del corpo freddo. E, seppure quest’opera utilizzi mezzi espressivi moderni e reinterpreti la lezione metafisica, ci porta ad una riflessione ben più profonda che la semplice narrazione di un sogno. Se infatti, la metafisica agli albori, come il surrealismo, appaiono innovativi, l’uso formale che l’Aringhieri ne fa oggi non può essere interpretato con la sola chiave di lettura metafisica.

Questi deserti dell’anima, questi motivi ornamentali astratti, questi alberi secchi che da sempre rappresentano la fine di un ciclo, questa nuova classicità che mal si fonde con l’iconologia privata e mass mediatica del corpo femminile, non fa che acuire il senso di perdita del corpo della donna. Corpo inteso non solo fisicamente, ma con l’accezione filosofica di corpo-anima, rimasto indietro, perso in chissà quale percorso e mai più ritrovato.  Le architetture scevre, le crepe, gli scheletri degli alberi, le donne rigide,- con le masse dei capelli che richiamano le dure geometrie delle greche- , l’uso del colore sullo spazio aperto, con i toni azzurrati-rosati dell’alba (o del crepuscolo), a dialogare col freddo celeste del Corpo vuoto,  infondono alla scena un tono drammatico. Il dramma che si consuma è quello di una corporeità che non ha nulla di diafano e sano, ma che è specchio del disagio esistenziale.

Ne La terra e il cielo, un delizioso disegno (genere fantasy-visionario) vediamo come l’Arighieri interpreti e mescoli imput mitologici a delicate cromie. Un essere antropomorfo nasce dalla nuda terra e ha radici in essa, che lo trattengono, ancorandolo per le gambe. Come tutti noi, che dalla terra nasciamo e ad essa torniamo, quando il nostro ciclo è concluso. Ma il desiderio di questo Uomo, analogamente a molti di noi, è il desiderio di elevazione. Elevazione al “cielo”, a qualcosa di Alto e Altro. Ecco perchè le sue braccia spalancate al futuro e all’ignoto tendo no ad elevarsi, cercando di strapparlo alle sue radici, ai suoi retaggi.

Ecco perchè l’artista sceglie di donargli le ali. Lo scorcio del volto è mirabilmente realizzato. Il metodo è quanto più accademico, con un ricco chiaroscuro e un’ottima gamma cromatica. Interessante la scelta di dare luminosità al cielo blu petrolio con una fascia di luce bianca in linea d’orizzonte e un gradiente scuro verso la sommità, la parte superiore della campitura-cielo. Pregevole anche la scelta dei colori di terra dell’Uomo, che si azzurrano progressivamente alla conformazione delle ali. Dalla terra al cielo.

“In un’atmosfera vagamente surreale, c’è un primo piano di donna che esprime la sua drammaticità.” Manola Aringhieri

Ne La Porta del Tempo, una tela di grandi dimensioni (100×100 cm.), candidata a Premio Celeste 2012, è chiara l’evoluzione della sua ricerca pittorica.

Mantenendo sempre la sua caratteristica peculiare, legata all’espressività surreale/metafisica, notiamo la creazione di un’opera solida, efficace, sonora. La gamma di colori è un accordo a quattro cromie, bruni, incarnati, bluastri e rossi. la fluidità della linea e della linea pittorica non alleggerisce la fermezza della composizione: la bellezza naif eppure sensuale e trasognata della figura in primo piano cattura l’occhio. Non interagisce con lo spettatore, è persa in un sogno o in un pensiero trascendente, non vuole guardare il mondo ma guardar dentro sè stessa, in un movimento univoco e unilaterale.

In secondo piano, ma quasi generate dal sogno della donna, tre figure che creano un suono, un ritmo: l’icona marmorea con la testa crepata che crea un’ibrido dallo stupendo colore del mare, scintillante come le squame di pesce, senza tratti somatici, bello e fine a se stesso, che non può esprimersi ma solo tacere e sussistere. E, infine, l’evoluzione in donna, seduta su una nube rigonfia, con un abito che non svela la mani e i piedi e che ristente di un’iconologia che per secoli ha nascosto e determinato la funzione limitata della donna-madonna-oggetto. E’ una scala evoluzionista limitata, forse l’incubo della donna in primo piano, immagine corticale, squilibrio chimico mai risolto.

Eppure tutto trova la sua naturale collocazione, in un cielo vorticante come l’avrebbe visto Van Gogh, affiancato ad uno squarcio rosso, una ferita, violento come una quinta di teatro a cielo aperto. Tutto questo dovrebbe vibrare d’ansia. E invece no. E’ pervaso da una tranquillità artificiale, come un lento sogno a colori.

Curiosa la scelta dell’artista di firmare i lavori e, talvolta, scriverne col suo corsivo rotondo, i titoli. Non avrebbe avuto senso in un artista debitamente inserito nelle folli e pulite meccaniche contemporanee. Ma deliziosa e comprensibile per i linguaggi diretti e iconici scelti dalla Aringhieri, che non si sforza di “essere” contemporanea, ma percorre la sua strada narrando ed evocando con i mezzi e le velleità che più le si confanno.

Il tema della donna e del disagio, del sogno, del desiderio di accettazione, riqualifica ed emancipazione, espressi attraverso una pittura se vogliamo retrò, ma sicuramente ricca di impressioni e dalla svariate percezioni, fanno di questa artista una figura da prendere in considerazione nel panorama delle arti figurative.

Vi invito a guardare le opere di Manola Aringhieri sul sito http://www.premioceleste.it  / members

MANOLA ARINGHIERI
presentazione

La formazione artistica di Manola Aringhieri parte dall’Istituto d’Arte di Pisa e continua con la frequentazione della Libera Accademia del maestro D. Schinasi.
Inizia così un’accurata produzione grafica in cui usa prevalentemente il pennino a china e introduce poi delicatamente il colore in acquarelli o chine colorate. I soggetti sono quasi sempre figure femminili, o maschili. L’elemento umano è imprescindibile e la donna in particolare viene rappresentata nelle sue varie tipologie e condizioni.
Nota biografica:
Manola Aringhieri è nata a Rosignano Solvay nel ’57, ma vive e lavora a Castiglioncello (LI) – ha conseguito il diploma di maestra d’arte all’Istituto st. d’arte di Pisa e in seguito si è abilitata per l’insegnamento di Educazione artistica.

THE ABRAMOVIC METHOD (al PAC di Milano)

E’ passato un pò di tempo da quando ho partecipato al “Metodo Abramovic”, lo ammetto, e non ho ancora scritto nulla. Ho lasciato sedimentare questa esperienza nel fondo dei pensieri. Non avevo tempo da dedicare al blog e anche volendo ritagliarmelo a forza non avrei avuto niente di interessante da dire. Troppo pieni gli occhi della performance alla quale ho assistito, troppa la gioia nel vedere questa icona della body art davanti a me, in carne ed ossa. Troppa l’emozione che mi ha invasa come un’onda; quando scrivi una tesi dal titolo “Corpus, Interpretazioni e Reinterpretazioni sulla Body Art”, e dedichi a questo corpo d’artista che è Marina Abramovic un bel capitoletto, non puoi ritenerti blogger imparziale. Sei di parte. Ecco perchè questo articolo arriva con un ritardo di qualche mese, perchè ho custodito le impressioni a caldo e mi sono imposta di non esternare giudizi che sentivo faziosi, quasi settari. Ho sempre cercato di “leggere” l’arte secondo una metodologia più legata all’analisi visiva, e non alla letteratura, alla storiografia o all’idea che ci si è fatti dell’artista. Mai attraverso il “mi-piace, non mi-piace” che non ha più senso d’esistere, specie in arte. Ma so che in questo caso l’assoluta simpatia che provo verso questo “movimento”, se così lo si può chiamare, mi porta a scrivere con imparziale passione e a, non dico difendere, ma perlomeno a riqualificare piece che stanno, per dirla terra terra, sulle palle ai più.

Infarinata:

 Marina Abramović nasce a Belgrado il 30 novembre 1946. È un’artista di origine slava, attiva dagli anni Sessanta nel campo della Body Art. Tra le sue installazioni più note ricordiamo Bed from Mineral Room del 1994 (Letto per la camera minerale), Cleaning the Mirror del 1995 (Pulendo lo specchio) e Balkan Epic del 1997 (Epica dei Balcani).

Antesignana dell’arte performativa come forma di arte visiva. Da sempre usa il suo corpo come soggetto e come mezzo. Mette alla prova il limiti fisici e mentali del suo essere, sopportnado dolore, costrizione, lunghi tempi di concentrazione trascendente, sfinimento. Corre rischi alla ricerca della trasformazione fisica e psichica. Tipica della sua poetica è la riproposizione delle azioni del quotidiano, delle azioni private, dell’abbattimento della soglia tra pubblico e familiare/privato. Le sue performance sono ancora oggi considerate importanti all’interno del meta-linguaggio corporeo.

Fece coppia artistica con Ulay. Si incontrarono nel 1975 e decisero di lavorare assieme, esplorando i confini della dipendenza sia nel loro rapporto che con il pubblico; ad esempio nella performance Breathing In/Breathing Out (1997) con le labbra aperte legate come in un bacio profondo, si respirarono a turno l’aria dai polmoni l’uno dell’altra, fino al limite del soffocamento, quando il pubblico intervenne per separarli.

Il critico d’arte Jeffrey Deicth la definì, nel 1992, post human, ovvero artista legata al filone della Nuova Corporeità/Post Human.

    Il tema della guerra nei balcani le ispira  Balkan Epic, una serie di perfomance realizzate tra il 1997 e il 2003, riprodotte in video e spesso riproposte in mostra.

Una di queste realizzazioni è  Balkan Baroque: la Abramović vestita di bianco siede su un mucchio di ossa bovine appena macellate e le pulisce con uno scopino di saggina, acqua e sapone. Per tre giorni di piece, ventidue ore (quasi otto ore al giorno), nel sotterraneo della Biennale di Venezia, lavora a queste ossa, simboliche, lavandole e  privandole delle cartilagini e dei residui di carne, fino a lasciarle pulite, creando una sorta di metafora linguistica nel tentativo di mondare il suo popolo delle colpe di cui si andava macchiando. Balkan Baroque fa vincere all’ Abramović il Leone d’Oro alla 47/a Biennale d’Arte di Venezia.

Nel 2010, il MoMa di New York ha dedicato all’artista la grande retrospettiva The Artist is Present.

La mia visita al PAC (Padiglione Arti Contemporanee Milano), The Abramovic Method, 21-marzo-2012
Era la prima volta che la vedevo, dirvi che ero emozionata è forse un’ovvietà ma non manco di esprimerla. Arrivo in metrò fino a San Babila e poi a piedi fino al Museo di Storia Naturale, il PAC è lì vicino. Entro con la mia tesi sotto il braccio e pago il biglietto. Comincio a sbirciare e vedo delle installazioni di sedie, lettighe e strane costruzioni in rame, enormi minerali sopra, sotto, vicino a questi oggetti del quotidiano, resi sterili e impersonali, come solo il nudo materiale senza fronzoli è in grado di apparire.
In cosa consiste il “Metodo Abramovic”?
I partecipanti alla performance, cioè chi si trova fisicamente dentro al PAC durante l’ora e mezza di realizzazione dell’opera, saranno divisi in due gruppi: uno, composto di 21 individui, che si erano prenotati in anticipo sul sito dedicato, parteciperà al “method”, l’altro, farà il voyeur, l’osservatore.

I requisiti sono pochi e semplici: dedicare l’intera ora e mezza a Marina, senza usare i-pod, telefonino, pc, macchina fotografica, orologio; praticamente nessun dispositivo elettronico, di nessun genere. I “performer” dovranno anche indossare cuffie insonorizzate e camici bianchi da laboratorio, una sorta di “divisa” che uniforma il grado sociale di tutti loro, in modo da far concentrare gli osservatori sulle loro caratteristiche fisiche ed emotive e non sui loro abiti civili.

Introduce lei stessa, con la sua treccia laterale e la sua figura statuaria che contrasta con l’estrema e didascalica dolcezza della voce, e spiega passo passo il perchè e il per come è giunta al “method”, l’evoluzione della sua arte da “corpo chiuso a corpo diffuso”, da corpo singolo a corpo collettivo. Il gruppo dei 21 performer è stato fatto accomodare su delle sdraio al piano terra, noi osservatori siamo sparsi per tutto l’edificio. Le sue assistenti, Lynsey Peisinger e Rebecca Davis, istruiscono, una volta terminata l’introduzione di Marina, i partecipanti su come “agire” con gli oggetti a disposizione e fanno loro prendere coscienza del proprio corpo attraverso semplici esercizi che ricordano lo yoga. La testa, i muscoli facciali, il collo, la gola, il petto, le scapole, la schiena, le braccia, le mani, plesso soleo, basso ventre, cosce, gambe, fino alla punta dei piedi. Tutto il corpo viene “attivato”, secondo una modalità che ha molto a che fare con il risveglio dei chakra. Ora che il gruppo è pronto deve affrontare la performance, trenta minuti in ogni posizione: in posizione eretta, seduta e supina.  I minerali collocati nelle immediate vicinanze degli oggetti coi quali interagisce il gruppo (individualmente e personalmente) sono conduttori di flussi energetici e vibrazioni. Ogni partecipante proverà le tre posizioni e si metterà a disposizione (col suo proprio corpo) dell’osservatore, che, da una balconata dotata di binocoli, potrà osservare nel dettaglio ogni singolo particolare; ciò consentirà loro di concentrarsi suo ogni partecipante, sulle espressioni, sull’azione delle correnti energetiche, sulla pelle, sullo sguardo, sulle microscopiche contrazioni, sperimentando un’intimità indiretta. Lo scambio di pensieri eleva la mente a linguaggi che superano le funzioni di quello verbale.

Dice Abramovic che “stiamo vivendo in un periodo difficile, nel quale il tempo ha sempre più valore semplicemente perchè ce n’è sempre meno. Credo che la performance di lunga durata abbia il potere di creare una trasformazione mentale e fisica, sia per il performer, sia per lo spettatore. Per questo motivo vorrei dare al pubblico l’opportunità di sperimentare e di riflettere sulla vacuità, il tempo, lo spazio, la luminosità, il vuoto. Ho creato un’installazione di oggetti per uso umano e dello spirito,con cui il pubblico può interagire assumendo tre posizioni basilari. In questo modo diventa parte del lavoro. Lo spettatore sarà uno specchio per il pubblico che partecipa all’installazione. Durante questa esperienza spero che l’osservatore e l’osservato sapranno mettersi in relazione con se stessi e col presente. L’inafferrabile momento del QUi e ORA.

Questa esperienza per certi versi mistica, sicuramente elevante, mi ha fatto capire come l’arte possa tracciare nuovi confini, come riesca a “ridisegnare” e a conferire nuovi significati a gesti, pensieri, movenze, rapporti non verbali, rapporti introspettivi di lettura del nostro intimo, del profondo e dell’intimità indiretta perchè a contatto visivo dell’esperienza altrui. E tutto questo attraverso il filtro emotivo ed il nobile statuto dell’arte. Non voglio inculcare niente a nessuno, specialmente ai blasfemi, a “non credenti” della body art, ma per onor del vero ho voluto farvi partecipi di questa mia esperienza, del tutto personale ed arbitraria, che ha confermato e implementato salde convinzioni che stavano a monte.

La curatrice si è rivelata una persona affabile e generosa perchè ha portato la mia tesi ad Abramovic che l’ha autografata, rendedomi davvero orgogliosa e felice per il lavoro svolto, che le farò pervenire, in quanto interessata a leggere ciò che si scrive su di lei. Io non faccio la giornalista, non scrivo per elogiarla o per distruggerla a seconda di come tira il vento. La mia tesi si è rivelata una semplice ricerca, un’analisi che mi ha portata a maturare delle conclusioni; ha quindi un valore aggiunto, un autografo così importante. Chi scrive su artisti del passato non può capire cosa significhi vederli nel contemporaneo, oggi, qui, ora. Io vivo il mio “spirito del tempo”, tempo negativo, malato, storto quanto vuoi, ma pur sempre il mio tempo. L’accettazione mi ha portata a viverlo con coraggio, soprattutto in arte dove reputo le tendenze nell’arte oggi il preludio del futuro.

Carol Gianotti, 2012 – All rights reserved.
‎”La tecnologia ci illude, sembra moltiplicare il nostro tempo invece ce lo riduce. Amo e odio la tecnologia. In realtà il vero ossigeno per la società è l’arte. Gli artisti sono gli unici che possono e devono prevedere il futuro.”
‎”Fare arte è come preparare una zuppa. devi avere gli ingredienti giusti. non troppo e non troppo poco in ogni cosa. la cosa più importante è l’equilibrio. quando ciò è fatto correttamente, mangiare la zuppa può diventare un’esperienza spirituale. Uso l’esempio della zuppa perchè per me è esattamente la stessa cosa con l’arte. L’ARTE DEVE NUTRIRE E OLTREPASSARE I SENTIMENTI COMUNI.” Marina Abramovic, PAC, ventuno marzo duemiladodici
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POOR PIG BABY#3

Venerdì 16/12/2011 (dalle 11:00 alle 18:00) si terrà la nuova performance site-specific di Masbedo dal titolo Poor Pig Baby # 3
presso la Cattedrale della Fabbrica del Vapore.

Un workshop sulla produzione di video arte e sull’utilizzo delle immagini nelle performance e nei progetti teatrali.

Il workshop è gratuito, aperto ad artisti, performer, curatori e studenti e lo scopo sarà quello di fondere creatività e tecnica di produzione.

E’ organizzato da MADEINART.

In più potete visitare la mostra di Anish Kapoor, DIRTY CORNER, eccezionalmente aperta fino alle 24.00

BRERA OSPITA LA COLLEZIONE PUSKIN

ALLA PINACOTECA DI BRERA (via Brera 28, Milano) SONO OSPITI ALCUNI DEI PIU’ IMPORTANTI DIPINTI DELLA COLLEZIONE PUSKIN DI MOSCA.

La mostra, intitolata “Brera incontra il Puskin. Collezionismo russo tra Renoir e Matisse” ha inaugurato l’11 novembre e terminerà il 15 febbraio 2012.

Oggi, domenica 20 novembre, oltre al blocco del traffico in centro, l’ingresso in Pinacoteca era gratuito, tranne per la collezione Puskin, che meritava la visita.

Pone l’accento sulle straordinarie figure di Sergej Sčukin e Ivan Morozov, collezionisti colti e raffinati, cultori dell’arte fine ottocento primi novecento e non solo.

Il percorso apre le danze con una sala ricca di capolavori: il Ponte sulla Marna e l’Acquedotto di Cezanne, Le ninfee bianche di Monet, la Ronda dei Carcerati di Van Gogh, Sei gelosa? e Non lavorare! di Gaugin, i Pesci rossi di Matisse.

E ancora, Derain e Picasso con il famoso Ritratto di Ambroise Vollard.

Chiude il percorso una sala “italiana” dedicata alle avanguradie di De Pisis, Carrà, Bonnard, Boccioni, De Chirico e molti altri.

UNA MOSTRA CHE VI RIEMPIRA’ GLI OCCHI CON LE MERAVIGLIE DEI PIù GRANDI MAESTRI POST-IMPRESSIONISTI. Un’occasione unica di visitare i pezzi più celebri e importanti delle pittura francese fin de seicle che abitualmente si trovano in Russia.

ECCO L’ELENCO COMPLETO DELLE OPERE DEL PUSKIN PRESENTI IN MOSTRA ALLA PINACOTECA DI BRERA
COSTO DEL BIGLIETTO 5.00 EURO
RIDOTTO 2.50 EURO
DAL MARTEDì  ALLA DOMENICA, ORE 8.30-19.15

Claude Monet, Il carnevale al Boulevard des Capucines, 1873
Mosca, Museo Puškin
Pierre Auguste Renoir, La pergola (Au Jardin du Moulin de la Galette), 1876
Mosca, Museo Puškin
Vincent Van Gogh, La ronda dei carcerati, 1890
Mosca, Museo Puškin
Jean François Raffaëlli, Boulevard Saint Michel, 1890
Mosca, Museo Puškin
Paul Gauguin, “Aha Oe Feii?” (Come, sei gelosa?), 1892
Mosca, Museo Puškin
Paul Cézanne, Le riva della Marna. (Il ponte sulla Marna a Creteil) 1888-1895
Mosca, Museo Puškin
Alfred Sisley, Radura nel bosco a Fontainebleau, 1885
Mosca, Museo Puškin
Paul Gauguin, Eiaha Ohipa (Tahitiani in una stanza. “Non lavorare!”), 1896
Mosca, Museo Puškin
Claude Monet, Ninfee bianche, 1899
Mosca, Museo Puškin
Camille Pissarro, Avenue de l’Opéra a Parigi. Effetto della neve. Mattino, 1898
Mosca, Museo Puškin
Paul Cézanne, Acquedotto, 1886
Mosca, Museo Puškin
Henri Rousseau, Veduta del ponte di Sèvres, 1908
Mosca, Museo Puškin
Pablo Picasso, La Regina Isabeau, 1909
Mosca, Museo Puškin
Pablo Picasso, Ritratto di Ambroise Vollard, 1910
Mosca, Museo Puškin
Andre Derain, La vecchia città di Cagnes (Il castello), 1910
Mosca, Museo Puškin
Henri Matisse, Pesci rossi, 1911
Mosca, Museo Puškin
 

NON MANCATE DI VISITARLA! Aperta anche la domenica….

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moderno e contemporaneo in arte (in pillole)

Dispense utili a studenti e non…

Tabella riepilogativa

L’arte informale Indica un indirizzo generale di parte dell’arte contemporanea a cui concorrono correnti, movimenti e personalità diverse, accomunati solo dall’abbandono di ogni schema strutturale significante. Si manifesta in Europa e negli Stati Uniti a partire dagli anni ’60. Realizza l’identificazione dell’artista con la propria opera mediante il gesto stesso del dipingere. Componenti essenziali: la materia, il segno e il gesto. In Francia l’informale assume connotati materici (J. Fautrier, J. Dubuffet) e segnici (G. Mathieu); negli Stati Uniti, una versione gestuale di marca espressionistico-surreale (J. Pollock, M. Tobey, W. De Kooning, e inoltre M. Rothko, A. Gottlieb, C. Still, ecc.).

Action Painting 

Già durante la seconda guerra mondiale il movimento dell’Action Painting (pittura d’azione) rompe con l’arte codificata dal razionalismo e cerca un rapporto diretto tra artista e superficie dipinta dando valore espressivo al gesto sulla tela.

Jackson Pollock Jackson Pollock (1912-56) avvia la propria opera con mezzi tecnici inusuali (dripping painting, cioè colate, gocciolature di colore sulla tela) per valorizzare l’atto creativo dell’artista. Tra le sue opere: Sentieri, Numero 1, Grigiore sull’oceano e Pali azzurri.
La nuova figurazione Serie di movimenti che, in America e poi in Europa, recuperano il dato figurativo come strumento di protesta politica e sociale, e sono sensibili alla suggestione dei massmedia visivi.
New dada Il new dada si differenzia dal dadaismo per il riscatto dell’oggetto assunto come materia povera di recupero e montaggio di prodotti usurati e abbandonati dalla società. Tra gli artisti: R. Rauschenberg, J. Johns, J. Dine.
Pop art La pop art nata in Inghilterra e negli Stati Uniti intorno al 1955, è una reazione alla pittura degli espressionisti astratti e attinge a forme e linguaggio dai mass-media per riaccostare l’arte alla realtà quotidiana. Esponenti: in Inghilterra, l’Independent Group di Londra (1953-58); negli Stati Uniti, R. Rauschenberg e J. Johns, C. Oldenburg, R. Lichtenstein e soprattutto A. Warhol (1927-87), autore di celebri grandi acrilici con le scatole di zuppa Campbell’s, i ritratti di Marilyn Monroe.
Ricerche segniche e arte cinetica All’inizio degli anni ’60, si manifestano ricerche che si affidano al potere evocatore del segno assimilato a scrittura, in parte ricollegandosi alla tradizione geometrica (soprattutto francese), ma con l’assunzione di categorie del processo industriale, l’uso dei materiali dell’industria (op art; arte cinetica e Vasarely) fino a trasformarsi in proposte d’ambiente (environmental art, minimal art) miranti a riqualificare e ristrutturare il paesaggio (urbano e non). La più radicale rottura, che nega ogni intenzionalità estetica all’opera; si raggiunge con l’arte povera e con l’arte concettuale (body art, land art, arte comportamentale).
Ritorno alla pittura Le difficoltà dell’esasperazione delle ricerche tecniche e gestuali hanno determinato il recupero delle poetiche delle avanguardie storiche con la nuova figurazione, il neoimpressionismo, la transavanguardia, l’ipermanierismo.
Il postmoderno in architettura Sorge in reazione al funzionalismo e al razionalismo come affermazione della ricerca estetica nell’opera architettonica; si realizza come contaminazione di stili ed epoche.

Introduzione all’argomento

Il panorama della seconda metà del Novecento vede il sorgere, il fiorire, l’intersecarsi e il contrapporsi di una serie di tendenze, proposte e formulazioni d’avanguardia, ma che non hanno dato quasi mai luogo a raggruppamenti stabili di artisti e si connotano piuttosto come tentativi di classificazione da parte di critici ed estetologi.

La produzione artistica diventa sempre più un’incessante ricerca verso nuove formulazioni creative e soprattutto verso uno sperimentalismo che sembra alienarsi dalla dimensione di comunicazione con il pubblico.

Le correnti astrattiste, già diffuse in tutto il mondo al termine del secondo conflitto mondiale, sono la matrice di varie esperienze anche estranee all’astrattismo in senso stretto. Si sviluppano così i movimenti come l’informale, forme varie di oggettivismo e di naturalismo.

 L’arte informale

Con l’espressione “arte informale” si designa quell’indirizzo dell’arte contemporanea nel quale si riconoscono correnti, movimenti e personalità diverse, accomunati solo dall’abbandono di ogni schema strutturale significante. Questa espressione venne usata dal critico francese M. Tapié nel libro Un art autre (1952) e prevalse su altre denominazioni intese a classificare criticamente tendenze e correnti, come art autre, tachisme, astrazione lirica, action painting, espressionismo astratto. La poetica dell’arte informale si manifesta in Europa e negli Stati Uniti con conseguenze destinate a caratterizzare fortemente le tendenze dell’arte contemporanea dagli anni ’60 fino alla fine del Novecento. Nella messa a punto delle origini dell’arte informale va ricordato il contributo dato nella medesima epoca dal pittore tedesco Hans Hofmann (1880-1960), che, negli Stati Uniti, fondò una propria accademia, fucina di nuove idee ed esperienze.

Poetica e diffusione

Contestando tutti gli schemi del passato, la poetica dell’arte informale, fortemente impregnata delle teorie filosofiche fenomenologiche ed esistenziali, tende a realizzare l’identificazione dell’artista con la propria opera mediante il gesto stesso del dipingere, provocando così un’incolmabile frattura tra l’importanza nuova assunta dalla tecnica e quella non più valutata della teoria e del contenuto. Componenti essenziali dell’arte informale sono la materia, il segno e il gesto. Con il termine materico si indica la tendenza a indagare e a sfruttare la vitalità organica della materia e le sue possibilità espressive.

Una delle tendenze pittoriche dell’arte informale, basata sulla stesura del colore a chiazze, oppure sgocciolato, è il tachisme (principale esponente il tedesco Hans Hartung, 1904-89).

Pioniere dell’arte informale furono la Francia, dove questa corrente assunse connotati materici (J. Fautrier, J. Dubuffet) e segnici (Georges Mathieu, 1921), e gli Stati Uniti, che ne diede una versione gestuale di marca espressionistico-surreale. J. Pollock, Marc Tobey (1890-1976) e Wilhem De Kooning (1904-1997) sono tra i maggiori protagonisti dell’action painting; e inoltre Mark Rothko (1903-70), A. Gottlieb, Clyfford Still (1904-80). Successivamente il movimento si diffuse in Spagna con Antoni Tàpies (1923), Luis Feito (1929). Nei Paesi Bassi si esprime il gruppo Cobra: il nome di questo movimento fondato tra gli altri dal pittore olandese Karel Appel (1921-2006) è composto con le sigle di Copenaghen, Bruxelles, Amsterdam; comune ai suoi esponenti è la matrice espressionista sfociante in una pittura segnico-gestuale, dalla materia densa e violenta, talora incandescente, che esplode sulla tela con immediatezza e vitalità.

In Italia, dove accanto a versioni materiche di Alberto Burri (1915-1995), ne diede un’originale interpretazione lo spazialismo di Lucio Fontana (1899-1968) teorizzato nel Manifesto blanco pubblicato nel 1946 a Buenos Aires, il cui intento era quello di realizzare, al di là dello stesso quadro, uno spazio plastico inteso come esperienza totale e continua (Concetto spaziale, 1957, Milano, collezione privata).

La nuova figurazione

Sul finire degli anni ’50 dalle ceneri dell’informale si svilupparono, in America e successivamente in Europa, movimenti che recuperano il dato figurativo come strumento di protesta sociale e culturale. Si tratta di una nuova figurazione, non dimentica della lezione informale, ma sensibile alla suggestione dei massmedia visivi (fotografia, cinema, televisione, fumetto) e spesso realizzata con il loro sussidio, soprattutto nell’ultimo iperrealismo americano. Molteplici sono le sue articolazioni: dall'”oggetto trovato” del new dada alla parodia del prodotto pubblicitario propria della pop art. Entrambi i movimenti trovarono terreno di diffusione anche in Europa.

New dada

Il new dada si affermò negli Stati Uniti alla fine degli anni ’50 a opera di un gruppo di artisti tra cui Robert Rauschenberg (1925-2008), Jasper Johns (1930), Jim Dine (1935), protagonisti di una nuova stagione della poetica dell’oggetto, assunto nella sua condizione di materia povera: montaggio di prodotti usurati e abbandonati dalla società che li ha sfruttati. I presupposti poetici di questo riscatto dell’oggetto costituiscono la principale differenza tra il new dada e il dadaismo, del quale tuttavia può dirsi una continuazione scaturita dagli sviluppi dell’avanguardia storica e non piuttosto una manifestazione revivalistica. Il new dada con il ricorso all’uso di oggetti e materiali estranei alla pittura si inserì con peso determinante nel processo di esaurimento dell’arte informale e di quella astratta, ponendosi all’origine della poetica della pop art.

Carattere diverso hanno assunto in Europa le manifestazioni neodadaiste, volte ad altri motivi di ricerca (interessanti esperienze in Italia sono quelle di Alberto Burri (1915-1995), Piero Manzoni (1934-1963), Enrico Baj (1924-2003) e dello scultore Ettore Colla, 1899-1968). Una versione europea del new dada può considerarsi il nouveau réalisme, manifestatosi in Francia negli anni ’60; tra i maggiori esponenti: Yves Klein (1928-62), l’italiano Mimmo Rotella (1918-2006), il bulgaro Christo (1935), noto per i suoi impaccaggi di monumenti e paesaggi.

Pop art

L’espressione, forma abbreviata di popular art, fu introdotta dagli studiosi L. Flieder e R. Banham e adottata nel 1961 dal critico inglese Laurence Alloway, per indicare un movimento artistico di avanguardia nato parallelamente in Inghilterra e negli Stati Uniti intorno al 1955, come reazione alla pittura degli espressionisti astratti.

Gli artisti della pop art attinsero forme e linguaggio dal vastissimo repertorio dei massmedia; essi si servono di immagini e di oggetti già esistenti, che manipolati e presentati in vario modo si caricano di una nuova espressività. Scopo del movimento è quello di sottrarre l’operazione artistica al suo carattere di esperienza unica e soggettiva, per riaccostare invece l’arte alla realtà quotidiana. La figurazione del banale e del quotidiano della pop art, ebbe la sua prima definizione in Inghilterra attraverso l’attività dell’Independent Group di Londra (1953-58). La prima opera pop inglese, realizzata da R. Hamilton, figurò alla rassegna This is Tomorrow tenuta a Londra nel 1956.

Negli Stati Uniti la pop art scaturì dall’esaurimento delle esperienze astratte, dalle battute finali dell’informale e soprattutto dal riscatto dell'”oggetto consumato” da parte degli artisti del new dada. Capiscuola della pop art americana sono considerati R. Rauschenberg e J. Johns, anche se la loro opera appare differenziata, per molti aspetti, da quella degli artisti attivi nella fase centrale delle esperienze pop, quali Claes Oldenburg (1929) autore di sculture giganti in materie plastiche che riproducono prodotti commestibili standardizzati, Roy Lichtenstein (1928-1997) e soprattutto Andy Warhol (1927-1987), di cui sono celebri i grandi acrilici con le scatole di zuppa Campbell’s, i ritratti di Marilyn Monroe, le bottiglie di Coca Cola, le sequenze di fotogrammi della Gioconda.

La diffusione della pop art in Europa ha dato luogo a differenti interpretazioni secondo la diversa tradizione culturale. In Italia esperienze pop sono state condotte da E. Baj, Mimmo Rotella, Valerio Adami (1935), Emilio Tadini (1927-2002), Lucio Del Pezzo (1933), Mario Ceroli (1938). Tra i rappresentanti della pop art francese e tedesca sono rispettivamente N. de St-Phalle, M. Raysse, P. Klasen e W. Gaul.

Ricerche segniche e arte cinetica

All’inizio degli anni ’60 si svilupparono tendenze che, mutuando la loro metodologia dallo strutturalismo linguistico, perseguirono ricerche sul segno. In parte esse si affidavano al potere evocatore del segno assimilato a scrittura (Giuseppe Capogrossi, 1900-1972); in parte si ricollegavano alla mai interrotta tradizione geometrica (attiva soprattutto in Francia col gruppo Espace), ma con nuove componenti desunte dal mondo contemporaneo: assunzione di categorie tipiche del processo industriale, uso dei materiali dell’industria. Dal 1965 queste operazioni tendono a dilatare il loro campo d’azione, trasformandosi in proposte d’ambiente (environmental art) miranti a riqualificare e ristrutturare il paesaggio (urbano e non), in una sintesi dove confluiscano le esperienze oramai esaurite di pittura, scultura e architettura, come pure esperienze acustiche, scenografiche e teatrali (D. Boriani, Camera stroboscopica, 1965-67, Roma, Galleria nazionale d’arte moderna). L’arte di protesta ideologica e sociale arriva alle sue estreme conseguenze col negare ogni intenzionalità estetica all’opera; ciò è raggiunto sia dall’arte povera, che contesta la mercificazione dell’oggetto artistico (P. Pascali, M. Pistoletto), sia più estesamente da tutta l’arte concettuale, che sviluppa in chiave intellettualistica i presupposti delle ricerche segniche (S. Arakawa).

La definizione di arte cinetica entrò attorno al 1960 nel vocabolario artistico e comprende l’insieme di quelle opere che, animate da un movimento virtuale o reale, promuovono un fenomeno di attivazione visuale e psicologica nello spettatore, coinvolgendolo sempre più nell’operazione artistica.

Op art e movimento virtuale

Op art, abbreviazione di optical art, è l’espressione con cui si designa il movimento artistico contemporaneo emerso alla fine degli anni ’50 in clima postinformale. Il termine si riferisce a un vasto arco di ricerche sperimentali sui processi percettivi basate sui fondamenti della Gestalt Psychologie (psicologia della forma), da cui la definizione di “arte gestaltica” creata da G.C. Argan. Quale derivazione del processo di astrazione geometrica, l’op art offre suggestioni visive del movimento (talora impresso da un apposito meccanismo) attraverso la matematica organizzazione di forme geometriche e combinazioni di colori puri in modo da agire sulla sensibilità psicofisica percettiva dello spettatore, che viene coinvolto così in un’attiva partecipazione.

Strettamente intrecciato con la ricerca della op art il movimento virtuale parte dallo studio dei procedimenti ottici e psicologici iniziato con gli impressionisti e continuato con il cubismo, il costruttivismo, l’opera di P. Mondrian: il movimento è prodotto, nel caso più semplice, dalla disposizione di linee e di forme geometriche, dai loro rapporti cromatici, chiaroscurali e di estensione. Campione di queste ricerche, fin dalla metà degli anni ’50, è il pittore franco-ungherese Victor Vasarely (1908-1997). Vasarely raggiunge l’effetto di attivazione visuale anche con superfici variamente ondulate o aventi applicazioni optical, costruite in materiale assorbente, riflettente, filtrante, rifrangente la luce (textures); in questo caso si richiede lo spostamento dello spettatore rispetto alla fonte luminosa. Il movimento può ottenersi anche dalla variabilità della fonte luminosa interna o esterna all’opera.

Sotto l’influenza di Vasarely, queste ricerche si sviluppano col gruppo internazionale Nouvelle tendance (mostre a Zagabria dal 1961), in Francia col Groupe de recherche d’art visuel (GRAV), in Germania col gruppo Zero di Düsseldorf, in Spagna con l’Equipo 57, in Italia con i gruppi T di Milano, N di Padova, 1 di Roma. Tra gli artisti italiani di questa corrente si segnalano G. Colombo, D. Boriani, E. Mari, G. Varisco.

Il movimento reale

All’interno dell’arte cinetica la corrente del movimento reale produce opere in cui il moto è generato da forze fisiche semplici o di congegni meccanici più o meno complessi, talora in concomitanza con effetti luminosi. La componente meccanica può essere presentata in chiave apologetica, di ascendenza costruttivistica (Nicolas Schöffer, 1912-92; Von Graevenitz), o in chiave polemico-caricaturale di derivazione dadaista (Jean Tinguely, 1925-91; Kramer).

In altri casi si ha un movimento non prevedibile, a simbologia naturale e magica, come nei mobiles dello statunitense Alexander Calder (1898-1976), e, in Italia, nelle “macchine inutili” di Bruno Munari (1907-1998). La partecipazione dello spettatore all’operazione artistica si fa sempre più attiva: egli non solo aziona pulsanti e manovelle per mettere in moto congegni meccanici, ma scompone e ricompone le parti dell’oggetto, collaborando, in certo senso, al risultato artistico (per esempio i quadri trasformabili di Agam, gli oggetti di P. Bury, Rot).

Environmental art

L’environmental art (arte ambientale), indirizzo nato negli Stati Uniti nella metà degli anni ’50, partendo dalla sintesi dell’arte cinetica tra spazio, luce e movimento la supera introducendovi elementi naturali (aria, acqua, ecc.) e oggetti di consumo, al fine di creare “situazioni” in cui sia coinvolta la partecipazione dell’osservatore e di stabilire un’armonica continuità tra l’uomo e l’ambiente. Esauritasi come corrente autonoma, l’ environmental art ha visto sviluppare le proprie tematiche nell’ambito di altre tendenze, da certi assemblage della pop art, alle esperienze concettuali e alla land art.

Minimal art

La minimal art o ABC art, è l’arte costituita da opere sfruttanti materiali tecnologici (acciaio, plastica, ecc.) adatti alla creazione di elementari configurazioni stereometriche o cilindriche (da ciò anche il nome di strutture primarie), consacrata ufficialmente a New York nel 1966, in una mostra al Jewish Museum, intitolata appunto Primary Structure. I più immediati precursori dei valori minimali dell’arte sono Ad Reinhardt (1913-1967) e Barret Newman (1905-70). Tra gli artisti raggruppabili nel novero dei minimalisti e delle strutture primarie si ricordano S. Lewitt, T. Smith, Robert Morris (1931), D. Judd, C. Andre, R. Serra, B. Pepper, D. Flavin, C. Willmarth, B. Nauman, L. Bell, Caro, King, Tucker; tra gli italiani, Anselmo, Zorio, Calzolari, Aricò, Carrino, Barisani, Lorenzetti, Icaro, Pardi, Perizi, Gandini, Giulio Paolini (1940).

L’arte concettuale

L’arte concettuale indica una tendenza dell’arte contemporanea i cui precedenti si riconoscono nella poetica dada o nel Quadrato nero di C. Malevic, modello di riduzione dell’operazione artistica ai suoi minimi termini intellettuali. Il concettualismo infatti concepisce l’attività dell’artista come formulazione mentale a cui la realizzazione non aggiunge alcunché di significativo. Gli artisti, rifiutando l’oggetto (in quanto mercificabile), si esprimono attraverso gesti, azioni pubbliche, fotografie, happening o attraverso il citazionismo (uso colto e talvolta dissacrante dell’immagine di opere d’arte del passato che accomuna artisti come G. Paolini, L. Ontani e C. Parmeggiani). Le prime formulazioni si sono avute dopo il 1965 negli Stati Uniti con S. LeWitt e J. Kosuth (caposcuola del gruppo americano) e in Inghilterra con il gruppo di Art and Language. Nell’ambito concettuale rientrano diverse correnti artistiche di cui le quattro fondamentali sono l’arte povera, la body art, l’arte comportamentale e la land art.

L’arte povera

Nasce nel 1966 e comprende artisti come Mario e Marisa Merz, L. Fabro, G. Penone, G. Anselmo, A. Boetti, G. Zorio, J. Kounellis, M. Pistoletto, P. P. Calzolari, E. Prini, le cui opere si basano sull’associazione ambientale di materiali prelevati dal quotidiano (legno, stoffe, terra, ecc.). La definizione Arte Povera venne coniata dal critico Germano Celant
nel 1967 per definire l’insieme di processi creativi che, utilizzando materiali solitamente estranei all’arte, si concentrano sulla scoperta di quelle forze espressive ed immaginifiche sprigionate dal contatto con i materiali, vissuti nel loro valore primario, lontano da quello che assumerebbero nella società dei consumi.

La body Art

La body art si distinse per l’uso del corpo umano come mezzo di espressione e si manifesta tramite “azioni”, “eventi”, happenings, togliendo così valore all’oggetto artistico. Gli artisti, in questo caso, si esprimono in tempo reale, con i loro corpi, mettendo a nudo la loro interiorità e dividendola con lo spettatore, coinvolto così, attraverso le proprie reazioni, nella creazione artistica. Fra gli artisti più noti sono J. Beuys, A. Rainer, V. Acconci, G. Pane, V. Pisani, Gilbert & George. Fra le artiste ricordiamo Vanessa Beecroft, Orlan, Gina Pane, Marina Abramovic, Shigeko Kubota, Valie Export.

L’arte comportamentale

Si basa sull’utilizzazione del corpo come forma di espressione artistica ma si fonda su atteggiamenti e azioni di cui l’artista stesso è protagonista o deuteragonista e per lo più mette in luce componenti autoerotiche, narcisistiche, masochistiche, filtrate in genere da atmosfere surreali e colte. Tra gli esponenti più significativi vanno ricordati J. Beuys, B. Vautrier, V. Acconci, A. Rainer, U. Lüthi, Gilbert & George, H. Nitsch e gli italiani G. De Dominicis, V. Pisani, G. Pane.

L’arte comportamentale
Si basa sull’utilizzazione del corpo come forma di espressione artistica ma si fonda su atteggiamenti e azioni di cui l’artista stesso è protagonista o deuteragonista e per lo più
mette in luce componenti autoerotiche, narcisistiche, masochistiche, filtrate in genere da atmosfere surreali e colte. Tra gli esponenti più significativi vanno ricordati J. Beuys, B.
Vautrier, V. Acconci, A. Rainer, U. Lüthi, Gilbert & George, H. Nitsch e gli italiani G. De Dominicis, V. Pisani, G. Pane.

La land art

È detta anche earth art o arte ecologica, si esprime mediante interventi diretti di modificazione estetica sul territorio, che hanno lo scopo di esercitare un controllo su di esso. Alla base di questo tipo di azione artistica c’è una forte critica nei confronti del rapporto uomo-natura e l’esigenza di creare nuovi modi per interpretare il linguaggio ambientale. Le operazioni, svolte su vasti territori (deserti, laghi gelati, prati, ecc.), sono fissate poi con riprese fotografiche o filmate. Tra i suoi esponenti W. De Maria, D. Oppenheim, R. Long, Christo Javacheff, M. Boyle.

L’ iperrealismo

Questa tendenza, nata in America nei primi Settanta, si esprime attraverso un tipo di pittura e scultura “più vera del vero”, mediante un uso esasperato della tecnica, ossia dando con le opere non un’interpretazione della realtà, ma una riproduzione meccanica di essa. Tutto ciò non ha l’intento di ironizzare sulla società, ma solo di presentarla in modo
spersonalizzato, non offre nessun tipo di intervento critico, ma è un’arte unicamente descrittiva. Tra i maggiori esponenti troviamo Duane Hanson, John De Andrea, Stephen Posen e l’italiano Domenico Gnoli.

L’arte degli anni ’70-’80 è stata caratterizzata da un duplice orientamento: un ritorno alla pittura (con la nuova figurazione, neoespressionismo, transavanguardia, ipermanierismo) e dalla ripresa e dallo sviluppo delle ricerche già condotte dai diversi movimenti nei decenni precedenti. Affini a questi per poetiche sono dunque i vari movimenti cosidetti “neo” (neofuturismo, neoconcettualismo, ecc.) del panorama artistico postmoderno.

La nuova figurazione è nata dall’opposizione al linguaggio informale; si discosta dal realismo per i toni surreali ed espressionisti con cui descrive la realtà: in questo senso può indicare in F. Bacon come il precursore di tale corrente. In Italia prossimi o direttamente collegabili alla nuova figurazione sono B. Romagnini, G. Ferroni, L. Cremonini e Renzo Vespignani (1924-2001).

Il neoespressionismo rappresenta la corrente pittorica sorta in Germania verso la fine degli anni ’60, caratterizzata da un ritorno ai valori pittorici, al segno. Tra i suoi esponenti troviamo A. R. Penck, J. Immendorff, M. Lupertz e G. Beselitz.

La transavanguardia. Così definita da Achille Bonito Oliva sulla rivista “Flash art” nel 1979, rappresenta il movimento sorto in Italia alla fine degli anni ’70 dopo le esperienze dell’arte povera e della minimal art. Essa recupera la pittura e il disegno figurativi, nell’intento di ritrovare un linguaggio capace di maggiore apertura e libertà espressiva e di restituire il primato, nella pittura, all’intensità tecnica. Tra gli esponenti storici troviamo S. Chia, F. Clemente, E. Cucchi, N. de Maria e M. Paladino.

L’ipermanierismo, o anacronismo, o pittura colta, è la corrente contemporanea alla trasavanguardia e come questa orientata a una ripresa della creazione pittorica. Gli artisti ipermanieristi come F. Pirica, S. di Stasio, A. Abate, O. Galliani, P. Pizzi Cannella si ispirano a iconografie e stili dell’arte del passato rielaborandoli liberamente.

Il postmoderno in architettura  Postmoderno è un termine coniato negli Stati Uniti alla fine degli anni ’70 con riferimento, in architettura, a un movimento di rivisitazione del passato, in netta reazione al funzionalismo e al razionalismo. Il postmoderno si è espresso come una contaminazione di stili di secoli diversi e un rilancio della creatività dell’artista. Affine all’eclettismo storico dell’Ottocento, quando il revival degli stili del passato era considerato uno stimolo a nuove creazioni, il postmoderno si è diffuso poi anche nelle arti figurative, esprimendo il superamento delle avanguardie e del loro linguaggio. Tra le opere più significative del postmoderno vanno segnalate: un blocco di uffici pubblici a Portland (1978-82) di M. Graves, il complesso edilizio a Marne-la-Vallée (1979-82) di R. Bofill, la piazza d’Italia a New Orleans (1975-78) di C. Moore e il grattacielo AT&T a New York (1980-84) di Philips Cortelyou Johnson (1906-2005).

Dispense di storia dell’arte contemporanea – Appunti per studenti

  1. La grande Jatte di Seurat 1884-1886 Uso illimitato di colori con la tecnica del puntinismo o divisionismo Rappresentato un parco divertimento fuori Parigi di borghesi, Compaiono riferimenti allegorici es. la scimmia L’atmosfera ultraterrena è enfatizzata da un elemento: la proporzione tra le figure quiete e inconsce d’esistere non è corretta.
  2. La Danza di Matisse 1910 Serena composizione rappresenta la risposta al cubismo Ha un significato mitico-cosmico: il suolo è l’orizzone terrestre, la curva del mondo, il cielo ha la profondità degli spazi interstiziali; e le figure campeggiano giganti danzando alla vita. Matisse opera al di là di tutti gli schemi valori e registri espressivi consegnati dalla Tradizione. La superficie è colorata fino alla saturazione
  3. Le Demoiselelles d’Avignon di Picasso 1907 Ispirato ai ricordi della malfamata via D’Avignon. Con tale tela si rovesciao i canoni della prospettiva grottesca: le 3 dimensioni sono tutte schiacciate nella policromia degli oli e ogni figura sembra costituirsi e prendere corpo, presa da diverse angolazioni. La spigolosa intersezione delle linee contribuisce al magico risultato. Opere simili di Braque e Derain
  4. Dinamismo di un cavallo in corsa + case di Boccioni 1914-1915 Opera avanguardista, offre uno sguardo sulla capacità sperimentale dell’autore che dichiara già dal titolo un valore polemico contro l’accadentismo. Opere futuristiche di solito incomplete, in questa manca il fondo delle case. Boccioni vorrebbe sia giungere a una nuova sintesi plastica della figura umana in continuità con la tradizione rinascimentale e classica, sia completare e rinnovare i materiali e il rapporto che la scultura intrattiene con lo spazio che la circonda
  5. Impressione V (parco) di Kandinskij 1911 L’autore, nei primi del 900 giunge all’idea di una pittura non figurativa. Il suo punto di partenza è impressione V, dove mette in discussione uno studio dal vero, Infatti in questo dipinto orizzonte, i tonchi, gli alberi e i contadini, elemmenti rinoscibili nello studio, divergono nell’impressione V puro tratto grafico, non si tratta più di un Paesaggio ma delle impressioni che da esso ne ricava l’autore, dipinge come un musicista Potrebbe trafigurare le impressioni ricavate da un paesaggio e comporne una melodia.
  6. Composizione IV di Kandinskij 1911 La scoperta per l’astrazione per l’artista è come la gioia per un’esperienza intensa. Sosteneva che il contenuto delle sue opere non doveva essere visto immediatamente ma sentito lentamente. ( storia del suo quadro appeso su un lato) Il quadro può sembrare un dipinto astratto ma a un esame piu attento compaiono le figure: Al centro un monte azzuro, un castello con una strada battuta, davanti alla montagna tre Figure con mantella, a sinistra un gigantesco cavallo con criniera e un arcobaleno.
  7. Natura morta con asso di fiori di Braque 1911. L’artista, nel cubismo, interpreta il rigore e il metodo. (lavorò con Picasso) Il dipinto è una natura morta con pochi Oggetti sulla tavola; essendo nella realtà le sole dimensioni certe l’altezza e la larghezza. Elimina dunque la distinzione tra volumi solidi e fondo, riducendo una giustapposi- zione gli oggetti: il grappolo d’uva, mela, carte da gioco. Braque nega la terza dimensione perché depositaria di emozioni, dell’inconscio e dell’onirico. Risolverà il problema della terza dimensio- ne con linee oblique, come Picasso risolverà col colore. Suddivide con puntuale dovizia per quadri eliminando i chiaro scuri e trasformando tutto in cromatismi di grigio. Altro fattore è il tempo che scompone l’oggetto, (immaginare inclinazione e posizione incerte)
  8. Nudo che scende le scale n 2 di Duchamp 1912-16 Il dipinto, come le Demoiselles d’Avignon mette in crisi il cubismo analitico Si era dichiarato contrario a una pittura puramente retinica, finirà per abbandonare la pittura tradizionale per divenire uno dei massimi esponenti del Dada. Contesta il carattere statico del cubismo analitico e mette sulla tela una figura di nudo che scende le scale, studiandone il movimento e pertanto introducendo l’elemento cinetico sulla tela. Il movimento umano diviene movimento meccanico, perché nel scendere le scale si innesca una ritmia ripetitiva che lo avvicina al movimento delle macchine. In Duchamp il movimento conforma l’oggetto, lo smembra, ne altera il tipo morfologico e il suo sistema. Arrivo a negare che l’arte sia il processo con cui l’attività esteca si realizza
  9. Motivo perpetuo di Man Ray 1971 L’artista, o fa riprese dall’alto e sfrutta al massimo le potenzialità della macchina fotografica o costruisce oggetti facendo appello in qualche misura alla psicologia. Quest’opera fa si che chi la osservi segua l’occhio incollato sull’estremità del metronomo; l’automatismo viene a essere processo liberatorio degli impulsi profondi. Per Man Ray l’opera d’arte è per lo più un oggetto antipatico con cui non è facile convivere. L’uomo non deve trovarsi a suo agio con gli oggetti che crea, poiché, solo senza di essei potrà essere veramente autentico.
  10. Paesaggio Catalano di Mirò 1923-24 L’artista si avvicina alle avanguardie, ritroviamo spesso nelle sue opere il paesaggio catalano con la sua realtà contadina, fino al 1923, dopodichè abbandonerà il particolarismo per avvicinarsi a tematiche surrealiste, senza però rinunciare complessivamente ad esse; organizzerà una specie di pseudo-cubismo con un’attenzione quasi ossessiva per i particolari e la definizione a livello internazionale di un nuovo modo di dipingere, quasi si trattasse di una stenografia pittorica.( disco sole, sagome di uccelli, occhio, ruota, scala, foglia, lettere in libertà) Nel dipinto notiamo una pittura infantile, priva di simmetrie, né un centro e né una prospettiva, quasi che il lettore dell’opera potesse godere di una pura immersione nel giallo. Nulla di oscuro e tenebroso, tutto è permeato da un’innocente vitalità.
  11. La Condizione umana I di Magritte 1933 L’artista, uno tra i surrealisti più noti, possiede il dono della semplicità. Si avverte un interessamento alle avenguardie, I concetti cari ai futuristi, dinamismo e spazialità, lo introducono allo “spaesamento” e alla poetica surrealista, lo spingono ad investigare questa nuova dimensione dell’arte. L’opera, se osservata con maggiore diligentza fa individuare qualcosa di distorto che ci prende alla sprovvista, si tratta di un cavalletto su cui l’immagine-finestra poggia. Se continuiamo ad osservarlo l’attrazzione percettiva aumenta e ci conduce al dubbio figurativo, l’incertezza si insinua a noi, finchè la visione di un particolare ci restituisce l’immagine reale: sono proprio la punzonatura della tela e il tendaggio a disvelare il raffinato e surreale trompe-d’oil. Al d la di uno stile dimesso e di un ironia vitale il quadro pone l’attenzione sulle problematiche del “vedere”.
  12. La Peristenza della Memoria di Dalì 1931 All’inzio sperimenta un’originale forma di cubismo, tuttavia l’interesse per la psicologia lo avvicinerà a Freud e al surrealismo. L’opera raffigura l’assolato paesaggio di port Lligat, lo località spagnola dove decide di vivere. Immagini molli in contrasto con il paesaggio roccioso, sono in accordo con la teoria di breton sugli oggetti a “funzionamento simbolico”, secondo cui alcuni oggetti manipolati, decontestualizzati e stravolti nelle loro fattezze sono in grado di stimolare la percezione dello spettatore e nel contempo sono la rappresentazione simbolica dei desideri della libido dell’artista, una specie di rappresentazione sessuata dell’universo. Ritiene che l’opera debba guidare verso i sogni e provocarli, non illustrarli, infatti rifiuta il sogno;le immagini vengono a galla da una dimensione onirica mentre lui le immagini le associa con un atto di volontà delirante.
  13. Le Muse Inquietanti di De Chirico 1916 La colonna, il regolo di legno, una testa di gomma e una specie di scatola policroma a motivi triangolari, assistiamo all’avvenuta geometrizzazione dello spazio: il regolo altro non è cheun righello, il parallelepipedo una squadra triangolare e la testa una sfera. La linea retta, il triangolo e la sfera altro non sono che gli attributi dello spazio e gli strumenti grazie ai quali lo spazio si conforma e si realizza. Dunque lo spazio si confonde con le cose ed è immanente delle cose. Le muse sono 3: 1 ricoperta di un peplo secondo la moda greca, 2 senza testa simile a statua greca e l’ultima una figura puludata e incerta dal capo privo di volto. Sullo sfondo il castello di Ferrara, città metafisica sopra le altre, più a sinistra le ciminiere di una fabbrica a memoria della compenetrazione del moderno col medievale. I colori caldi si oppongono alle linee squadrate dei solidi, la stessa luce ricea un senso di svuotamento poiché immobile. E’ una specie di speculazione filosofica sulla nullità dell’essere, funziona come un meccanismo che crea nel pubblico sbigottimento di fronte a una solitudine silenziosa e irreale. Tale processo di accostamento di oggetti diversi stimola all’astrazione e rivela l’anima segreta delle cose.
  14. L’Amante dell’Ingegnere di Carrà 1921 Nell’opera vediamo rappresentato un paesaggio oscuro e spoglio, una testa di donna alla cui destra compare un regolo e su un piano tridimensionale una squadretta e un compasso. Oggetti, accostamento e metodologia sono quelli di De Chirico ma la prospettiva vibra e i colori avvolgono la tela. La tematica metafisica per l’artista è solo uno stimolo a cercare qualcosa di nuovo, a indagare un rinnovato rapporto sensorio tra la forma e lo spazio essenziale della tela.
  15. Natura Morta di Morandi 1919 Dipinge nature morte misteriose, servendosi di un limitato repertorio di brocchette tazze, bottiglie e fruttiere disposte su un semplice piano. Se notiamo bene tali oggetti sono evocativi di una realtà altra, quasi che standosene immobili sulla tela volessero comunicare con noi e ripeterci le medesime frasi all’infinito. Il punto di vista in questo quadro è rialzato ed esalta la comunicazione visuale degli oggetti medesimi. L’unità del dipinto è data dai colori che rimandano gli uni agli altri. La luce è liscia, piana, compatta contribuendo a levigare gli oggetti. L’opera è fortemente connotata dalla tematica linguistica: si tratta di un’investigazione sul mondo e sul suo linguaggio attraverso forme e oggetti.
  16. Composizione con rosso, giallo e blu di Mondrian 1921 Nonostante l’asimmetria dei colori, la composizoine appare cmq equilibrata; tutta l’opera trova infatti il suo equilibrio nel bilanciamento quantitativo. La linea, il piano, il colore sono elementi che contribuiscono al bilanciamento quantitativo. Secondo l’artista il cubismo è razionale, ma non arriva alla sintesi. I quadri degli anni 20-40 si assomigliano e sono una griglia di coordinate con intervalli di colore bianco e campiture di varia misura con i colori primari. Cosciente della responsabilità dell’artista di fronte al mondo, tenta di offrire attraverso la percezione un’occasione di riflessione su di esso. Dopo Cezanne è la più alta, la più lucida, la più civile cosciennza nella storia dell’arte moderna.
  17. Nudo sdraiato a braccia aperte di Modigliani 1917 Il geometrismo rimana a cezanne, come l’inquadratura dall’alto concentra lo sguardo sulla monumentalità corporea e sul senso della voluttà. Gambe e braccia tagliate, la centralità della grande tela è tutta sul nudo femminile, messo in luce da un’ulteriore rosso e azzuro di fondo. La luce non è chiaroscurata ma solo incalanata attraverso il colore che crea il contrappunto. L’incarnato è quasi rosa, ecco perché intitolata Nudo Rosa. Gli occhi neri e privi di pupille, il pittore infatti disdegna l’approfondimento psicologico dei suoi figurini, l’introspezione, l’esibizione dei sentimenti p completamnte demandata al carattere scultoreo delle sue opere.
  18. Woman 1 di De Kooning 1950-52 Il dipinto fa parte di una rassegna molto ricca, dedicata alla donna e al mondo femminile. L’impressione è di straripante aggressività: ghigno sulla bocca, corporità quasi mascolina corpo scomposto e in posizione quasi intimidatoria. A dare un senso di smania aggressiva è la pennellata veloce e schizzata che paralizza il mondo femminile al ruolo di donna degli eccessi, donna impulsiva, ma non è solo l’atto del dipingere che ci restituisce un’immagine cosi violenta , a questo risultato contribuisce anche il colore acceso e contrastante tonalità. Si può leggere con chiarezza il segno e l’emozione della scarica compositiva che ha coinvolto il pittore nell’impresa creativa.
  19. Le Bateau Ivre di Wols 1945 Cresciuto a contatto con i surrealisti di Pargi da cui eredita l’amore per la casualità dell’atto creativo, mette a punto un’originale scrittura segnica. Osserviamo un’immagine non chiaramente visibile, intravediamo la sagoma di un vascello d’altri tempi. L’immagine è data dal fitto intreccio di segni-gesti che ci fanno pian piano distinguere i remi, la prua e gli alberi. L’opera da un lato possiede un carattere vagamente figurativo, dall’altro appare come un sismogramma dell’animo. E’ un esponente di punta del’informale segnico ed è profondamente legato alla filosofia esistenzialista di Jean-Paul Sartre.
  20. Plurimo Omaggio a Dada Berlin di Vedova 1964-65 Adotta una pittura gestuale, costituita da un’infinità di segni astratti e dalle intense pennellate di colore. Influenzato dal gruppo Corrente e dalla pittura di Picasso, studia anche l’espressionismo americano. Iniziato nel 1961, costituito da vaste e labirintiche costruzioni di legno dipinto e graffito come omaggio al DADA BERLINESE, il ciclio dei plurimi, avvolge lo spettatore attraverso dei tentacoli lignei e coinvolge il pubblico in un nuovo linguaggio.
  21. Superfie 154 di Capogrossi 1956 L’artista si impone come una delle figure di maggior spicco della pittura segnico-informale. Esso non possiede alcun valore naturalistico o semantico, è semplicemente un archetipo privo di implicazioni descrittive. Inoltre si presta a un’infinità di interpretazioni e ad ogni possibile composizione ritmica che l’estro creativo consenta. Nell’opera vediamo una fitta dialettica di piccoli candelieri monocromatici neri sullo sfondo e candelieri più grandi in primo piano. La tessiura è equilibrata e si compone di trama e l’ordito, quasi fosse un drappo da un vago sentore orientale; le pennellate rosse e gialle scompongono l’ordine di gusto quasi giapponese, per restituirci una realtà segnica che per essere decodificata deve coinvolgere da vicino l’interpretante, ossia il singolo fruitore dell’opera.
  22. La Donna Luna di Pollock 1942 Notiamo la connotazione coloristica che suggerisce le linee femminee della “donna luna”. Dipinto è un omaggio a una poesi di Baudelaire, dove la donna ha il capo leggermente reclinato verso destra e pertando si può scorgere solo un occhio, peraltro, incastonato in mezzaluna. Chiarissima è la fronte picassiana del notissimo Guerica. Presenza di serpente e tartaruga (simbolo di forza interiore in cina, diviene carico di negatività a causa della credenza popolare secondo cui la tartaruga comparirebbe solo in forma femminile e si accoppierebbe ai serpenti, divenendo simbolo di spudoratezza. Questo tipo di associazione dell’animale a un attributo negativo è poco frequente. L’artista quindi conosce la cultura cinese e anche questa antica credenza popolare. Il carattere dell’opera rimane visionario e fantastico per via dei colori e delle linee spezzate grosse e fini che rendono la tela vagamente totemica. Si intravede una scritttura che ha la tendenza a privilegiare la superficie ignorando profondità e continuità della linea.
  23. Attese di Fontana 1965 L’artista diluisce una idropittura industriale di colore rosso ricoprendo uniformemente la tela e realizza con un rasoio tre tagli perfetti in lunghezza ma diversi nella direzione. I tre tagli riproducono una cadenza ritmica che aggredisce la continuità del tono cromatico e interrompe la luminosità. Le ombre che si producono sono reali e non surrettiziamente ottenute. Lo spazio dell’opera diviene cosi reale da dialogare concretamente con il suo uditorio. Lo spazio seppur piatto diviene cosi tridimensionale e la tela assume valore plastico. I tagli come buchi si situano nella continua e ricorrente ricerca operativa di Fontana, che non disdegna nemmeno le nuove tecnologie Non è l’opera descritta, foto non presente sul web
  24. Cavaliere di Marini 1953 Si situa nella tradizione celebrativa equestre ma è libera nella sua forma sintetica da qualsiasi volontà retorica. Le fonti sono la scultura greco-romana antica, quella etrusca ed egizia. La vibrazione muscolare del cavallo e del corpo è resa attraversole linee scure che costituiscono l’unità artistica affidandosi all’attributo plastico. I cavalli dopo anni 50 diventano pregni di dolore, notiamo specialmente che il cavaliere è mancante di mani è pare trovarsi nell’atto di saltare. L’opera torna ad essere catartica sebbene con linee e movenze assolutamente moderne. L’autore scarica la passione, l’inquietudine, la morte,ma anche la sofferenza ,la disgrazia, oppure la fantasia, sentimenti che se ti restano dentro ti fanno male, attraverso una scultura che se liberati ti danno felicità Non è l’opera descritta, foto non presente sul web
  25. Cardinale di Manzù 1955 L’artista comincia a scolpire cardinali dopo la visita in San Pietro che lo coinvolgerà emotivamente al punto di dedicare parte della sua produzione al clero. La struttura dei suoi cardinali è tronco-conica, spesso sormontata da una piccola testa, quasi sempre molto allungata dal copricapo cardinalizio. Notiamo che non vi è nessuna monumentalità, anzi qualche incertezza nell’equilibrio della forma plastica.
  26. Three Flags di Johns 1958 Dipinte con l’antica tecnica dell’encausto, sono prive di retorica tipica dell’espressionismo astratto e in diretta polemica attraverso un linguaggio ironico con l’idealogia america. La bandiera viene moltiplicata intre, con tale maestria che l’occhio quasi non ne recepisce una sulla tela ma effettivamente 3. L’oggetto del discorso non è più la bandiera con la sua fisicità corrotta dall’atto moltiplicatorio, ma la pennellata o se vogliamo la fisicità della pittura. Tecnica dell’encausto antica, consiste nel miscelare i colori alla cera che vengono poi stesi sul supporto, il risultato è una gradevole e resistente patina. Le fonti di tale opera: Duchamp e Cage.
  27. Antropometria di Klein 1960 L’artista rivisita il nudo femminile, nelle sue opere l’oggetto d’arte non è il ritratto femminile ma il corpo stesso diventa lo strumento pittorico. Con le sue performance dal vivo, perciò non replicabili, tenta, provocando il movimento dada e cercando nuove soluzioni tecniche, di decodificare il nuovo linguaggio artistico. Colori più frequenti blu e oro. Utilizza questi colori e non altri perché le sue finalità, oltre che linguistiche sono spirituali; ritiene che la pittura in qualche misura debba aiutare a trascendere.
  28. Spazio Elastico di Colombo 1967 L’opera consta di fili elastici che tesi tra soffitto e pavimento sul fondo nero, illuminato da una lampada wood, creano una suggestione emotiva d’attesa. Lo spazio, che potrebbe appartenere al quotidiano, dopo pochi secondi dal momento in cui lo spettatore ha messo piede nella stanza, inizia ad animarsi: i fili infatti incominciano ad incurvarsi e piegarsi costringendo l’occhio a una percezione instabile e precaria, tanto che per potere proseguire nella deambulazione ed evitare di cadere lo spettatore deve rallentare l’andatura. La finalità di questo come di altri autori del GRUPPO T è quella di portare lo spettatore alla conoscenza della fragile capacità percettiva dell’essere umano.
  29. Just what is it that makes today’s home so different, so appealing? Di Hamilton 1956 Inquieta il pubblico e impone tale opera come icona della pop art inglese che caratterizzerà gran parte della cultura degli anni 60. Vediamo una casa con elettrodomestici allora in voga, una pin-uo sul divano e un body-builder in posa, con un lecca-lecca tra le mani. Ogni immagine ricalca lo stereotipo dell’epoca, la bella donna che anticipa il filone della mercificazione della sessualità femminile, l’uomo sano e aitante, e la madre di famiglia a pulire casa, non mancano il verso della diffusione di massa di prodotti elettronici per la casa e l’ironia nei confronti dell’industrializzazione
  30. Marylin Torquoise di Warhol 1964 Inzia ad occuparsi di Marylin appena dopo la sua scomparsa, comprende che è venuto meno un eroe, un mito. Non produce nulla di nuovo tecnicamente e non utilizza linguaggi nuovi, se non attraverso la ricodificazione di vecchie tecniche e strumentinoti, come appunto la serigrafia. L’operazione si rivela straordinaria, è la manipolazione di fotografie di volti noti (Brando, Taylor, Kennedy) per creare un personaggio fissato in colori piatti e iridescenti che mettano in risalto le caratteristiche e gli attributi che lo hanno reso celebre. Nell’opera, mette in risalto, occhi, bocca sensuale, il colore del fondo esalta il bel volto e partecipa alla glorificazione del mito nella collettività contemporanea. Il linguaggio è fatto di stereotipi: ritiene che sia inutile negare la presenza di tipi fisici astratti, poiché essi ci permettono in qualche misura di relazionarci e di instaurare le nostre abitudini, cosi l’arte di Andy riesce nell’intento di porsi come fredda e distaccata.
  31. French Fries and Ketchup di Oldenburgh 1963 L’artista ama gli oggetti quotidiani e non sopporta nessun tipo di etichettatura, come un po’ altri artisti legati al nuovo realismo o alla pop art. Le sue opere tridimensionali nascono con l’intento pratico di fornire un supporto agli happening e con l’intento emotivo di allontanarsi da altri colleghi. In un intervista:” è la prima volta che un’arte urbana non sentimentalizza l’immagine urbana ma la usa così com’è”. L’opera è una delle prime sculture soffici, eseguite con tela di canapa e con vinile riempito di capok. Prende a prestito dal mondo alimentare un elemento quotidiano della dieta americana. Soft toilet invece, in lucente vinile bianco ricorda la porcellana delle tazze casalinghe. Scegli di modellare a mano le forme per maltrattare lo spazio ossia per naturalizzare un prodotto sintetico che altrimenti risulta lontano dalla quotidianità.
  32. Hopeless di Lichtenstein 1963 Basati su un contenuto fumettistico, immagini semplici, colori primari, niente sfumature tradizionali. La componente fumettistica la introduce nel 1961. Le immagini sono particolarmente evocative ed intriganti, soprattutto per le dimensioni. Il disegno tratto da un popolare fumetto americano che l’artista ripropone letteralmente, si tratta di un prodotto di bassa cultura a largo consumo che grazie al trasferimento di campo assume un alto contenuto semantico. L’immagine cosi proposta non può più essere consumata e gettata ma solo interpretata criticamente. La grande tela appare ancora più attraente grazie all’uso dei colori acrilici che donano alla donna una lucentezza che il fumetto non conosce. La mimesi si spinge fino alla maniacale riproduzione dei puntini sul volto.
  33. Gran Cairo di Stella 1962 La tendenza minimal in pittura è stata una caratteristica dell’arte americana. La pittura usata è semplice acrilico su tela e l’effetto ottenuto è quello di incanto e ammaliamento della vista che guardando intensamente il dipinto si trova intrappolata in un labirinto ottico. Sfrutta le tonalità gialle, rosse, blu e nere per pervenire al medesimo effetto illusionistico, creando però singolari effetti di avanzamento e arretramento.
  34. Vb43.069 di Beecroft 2000 Inizia a utilizzare il corpo umano come fosse una tela, creando dei veri e propri quadri viventi all’interno di performance più ampie in occasione di allestimenti museali. La finalità è quella di provocare una riflessione e un dialogo sulla libido, sul desiderio, e sulla frustazione connessa al piacere, ma anche sul mondo della moda. Le modelle uniformate private di ogni possibilità di dialogo sollecitano la meraviglia e lo stupore degli astanti imbarazzati da queste presenze nude e mute. Inoltre il loro mutismo vorrebbe sollecitare l’introspezione dello spettatore verso le tematiche sensuali.
  35. Spiral Jetty di Smithson 1970 Enorme spirale (45 metri) collocata a pelo d’acqua sul grande lago salato nello Utah, ottenuta con tonnellate di pietre. L’obiettivo è la trasformazione artificiale di un luogo incontaminato. La scelta è quella di una figura spiraliforme che allude al principio del genere umano, alla preistoria, e quindi una figura archetipica appartenuta alle origini dell’umanità. L’impresa per proporzioni e sforzo è assolutamente titanica.
  36. Wrapped Pont Neuf di Christo e Jeanne-Claude 1975-85 Esponente del nuovo realismo C. raggiunge la notorietà con imprese di misura ciclopica; celebre per i suoi rivestimenti di complessi architettonici. Questo packging moderno segue la teoria per cui un monumento occultato manifesta più chiaramente la sua forma e perciò maggiormente apprezzabile. Queste performance o opere al alto contenuto temporale sembrano seguire il mondo moderno e le sue apsettative: l’idea di evento fa la sua comparsa sulla scena dell’arte e lo scultore si trasforma in impresario teatrale. L’artista ricopre a parigi il ponte più antico e celebre sulla Senna. (Wrapped=impacchettato)

OPUS 5.7

INAUGURA OGGI (sab 1 ottobre 2011) al centro la Riseria di Novara
L’ESPOSIZIONE D’ARTE CONTEMPORANEA OPUS 5.7
(in partnership con la settima Giornata Internazionale del Contemporaneo).

Visitabile anche domani, dom 2 ottobre 2011 e il prossimo weekend.

Una collettiva organizzata da Alessandro Binotti e lo staff del centro La Riseria nello splendido ambiente espositivo della Sala Sant’ Elia.  Un appuntamento fisso per molti artisti che si riuniscono in una collettiva che vuole far luce sulle ultime produzioni e integrarle nel tessuto artistico europeo. Un dialogo tra tecniche, metodi, idee e messaggi.

Alessandra Barocco

Come sempre si tratta di una mostra ricca ed eterogenea, ben allestita, che riserva un eccellente visibilità alle opere; una collettiva che vi piacerà visitare. I commenti  a caldo si sono rivelati positivi, alcune delle opere migliori hanno fornito interessanti spunti di dialogo e riflessione.

 installazione di Mario Brugo

Una vetrina sempre più apprezzata dai novaresi e non solo, dove espongono artisti piemontesi e lombardi.

Ruggero Pezzaga

“Nell’ambito della manifestazione promossa per la valorizzazione e la diffusione dell’arte contemporanea, il Centro La Riseria ha voluto aderire anche quest’anno, attraverso l’organizzazione della mostra OPUS 5.7 alla settima edizione della GIORNATA DEL CONTEMPORANEO. Questo importante progetto espositivo, proposto nell’ambito dei 22 anni di attività del centro vede, per questa sua quinta edizione, la partecipazione di trentasei noti artisti, di area piemontese e lombarda, appositamente selezionati dai responsabili del centro, per rappresentare, attraverso le varie ed interessanti opere pittoriche, scultoree e fotografiche presenti in rassegna, aspetti e orientamenti dell’arte contemporanea del nostro territorio.”

Questa la presentazione di Alessandro Binotti che ci introduce correttamente alla “lettura” della mostra.

Espongono anche: Davide Arisi, Vanna Bossi, Antonella Preti, Enzo Foglia, Emilio Mera, Andrea Vandoni, Giacomo Sala, Giorgio Bongiorni, Riccardo Cavalieri, Enzo Mainini, Claudio Roatta, Carol Gianotti e molti altri.

Pier Alberto Luzzana

L’ingresso è gratuito. La Riseria si trova in via Conti di Biandrate 11 a, Novara.

Partecipate, partecipate, partecipate! L’arte fa bene!

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una visita alla GALLERIA GIANNONI

Sabato pomeriggio ero a Novara per consegnare un dipinto alla Riseria di Alessandro Binotti per la mostra di ottobre intitolata OPUS, partner della giornata internazionale del contemporaneo. Non è la prima volta che partecipo, è un appuntamento fisso degli ultimi anni. Ero in netto anticipo. Così mi son detta, perchè non farsi un giro alla Giannoni intanto che aspetto? Così, per ammazzare il tempo. Sfrutto qualche ora per visitare una galleria che sta in centro a Novara e che io, da quasi novarese non ho mai visto. E’ incredibile quanto la gente si muova, percorra chilometri, per andar a vedere mostre lontane e non si avvicini alle gallerie della propria città. Sono entrata in un ambiente museale nuovissimo, che non ha nulla a che invidiare alle migliori sale espositive milanesi o torinesi.

La Galleria si trova all’interno del Broletto, inserita in un contesto esterno medievale ma con architettura interna contemporanea, design semplice e ben delineato, sale ampie, pulite, con illuminazione adeguata, con sensori che si attivano potenziandosi al passaggio del visitatore. Il pian terreno vede copie di artisti famosi, il primo piano i pezzi più illustri della galleria.

STORIA DELLA GALLERIA GIANNONI DI NOVARA

Alfredo Giannoni.
l’interesse di A.G. per la pittura e la scultura del proprio tempo si manifesta dal primo decennio del novecento: acquisti sicuri, effettuati nell’ambito delle rassegne indette dalla Famiglia Artistica Milanese, sono tuttavia documentati solo negli anni della prima guerra mondiale.

Inizialmente Giannoni si orienta verso artisti lombardi, ma grazie all’amicizia stretta con Carlo Fornara e Giovanni battista Ciolina, nel contempo si apre anche alla pittura di Enrico Cavalli e, in generale, degli artisti della Val Vigezzo.

Ben presto altri stimoli intervengono a irrobustire una passione ormai divenuta testimonianza di uno status sociale sempre più autorevole e sicuro: dal rapporto con il direttore dei musei civici di Novara A.Viglio alla parentela acquisita col noto tenore G.Borgatti, che accentuò i riferimenti di Giannoni alle interelazioni tra musica, pittura, poesia, favorendo il suo incontro con Plinio Nomellini di cui entrarono, di cui entrarono in collezione capolavori divisionisti.
E, nell’ambito del divisionismo, Giannoni acquista opere di Angelo Morbelli, Rubaldo Merello, Enrico Lionne e Camillo Innocenti; ancora Nomellini è forse tramite per un allargamento verso la pittura Toscana degli allievi di Fattori, del gruppo Iabronico e in particolare di Lorenzo Viani.

Nel corso degli anni Venti la raccolta diventa ricca e complessa grazie ad opere acquistate sul mercato e in occasione di importanti rassegne. I gusti di Giannoni si rivelano eterogenei, spaziando dall’ottocento tardo romantico e dalle sue implicazioni veriste al primo novecento intimista e rassicurante: il Naturalismo viene declinato in tutte le sue articolazioni regionali, dai piemontesi (Fontanesi, Delleani) ai lombardi (Gignous, Mariani, Formis, Rapetti, Sala), dai veneti (Ciardi, Dall’Oca Bianca, Milesi, Tito) ai toscani (Fattori, Lega, Signorini, Gioli), dai romani (Corrodi) ai napoletani (De Nittis, Palizzi).

Consolidando il rapporto con il critici Raffaello Gioli, il collezionista acquista un compatto nucleo di opere rappresentative del Novecento italiano, punto di arrivo della raccolta. Con questi sviluppi, la collezione, iniziata in maniera localistica e lombarda, esula dal solo taglio tradizionale o regionale per orientarsi verso un più ampiospettro di rappresentatività nazionale.

GLI IMPERDIBILI

Ecco una sorta di elenco delle opere che ho preferito della Collezione.
Non ho potuto fotografare e non ho trovato immagini in rete da usare allo scopo di illustrarvele. Accontentatevi degli appunti che vi lascio per prestare attenzione a queste opere che sono, a mio parere, da considerarsi fiore all’occhiello della Giannoni.

RITORNO DOPO LE MANOVRE (cavalcata di soldati nel bosco), G.Fattori, 1898-1899
Una tela enorme, che raffigura alcuni soldati garibaldini di ritorno ai quartieri d’inverno. Scendono per un pendio scosceso in sella ai loro cavalli. La scena esprime dinamismo e concitazione eppure regna l’armonia. I cavalli magistralmente realizzati denunciano la grande capacità di Fattori nel risolvere figure animali in grandi dimensioni. Le tinte dominanti sono i bruni, gli ocra e verdi desaturi del terreno, a contrasto con il bianco della neve e delle nuvole, su un cielo denso.

LA ROSSA AVANGUARDIA SULLE ALPI e L’IMBARCO DEI MILLE A QUARTO, Plinio Lomellini, 1917
Due esempi magistrali ma poco conosciuti rispetto alle opere di Seurat di un solido e pregiato divisionismo, o cromoluminismo.
Altre due tele di grandi dimensioni, realizzate con insolite composizioni formali e una tecnica coloristica dall’effetto unico.

sezione / il naturalismo e le sue articolazioni regionali
SUL LAGO DI MERGOZZO, Paolo Sala, 1910
opera raffinatissima, veduta del lago di Mergozzo al tramonto, con bagnanti; la superficie del lago risolta con tocchi morbidi, invasa dalla luce rosata e da bagliori acquatici.

PAESAGGIO SUL LAGO MAGGIORE NEI DINTORNI DI STRESA, Guido Boggiani, 1910-1915
altra tela naturalista magistralmente realizzata dal Boggiani, raffigurante il lago maggiore, le sue coste, le ville che si stagliano in alto, con cromìe ricche e un occhio attento all’insieme ed al particolare.

Notiamo nel quadro di Emilio Gola LA SPIAGGIA DI ALASSIO del 1918-1919, le prime forme semplificate che preannunciano le correnti astratte. La veduta è quella della spiaggia ligure, con barche e persone, il punto di vista leggermente alzato rispetto allo spettatore, il bagnasciuga violaceo staglia rispetto alla spuma del mare bianca; la sabbia è grigia, tutto è molto esemplificato ma lirico, la pittura è sublime. Alcune figure sono risolte con applicazioni nette di colore, senza perdersi in dettagli: questo mi ha fatto pensare al coraggio di un modo pittorico simile, agli inizi del novecento e non ho potuto non ricordare le prime esperienze di smaterializzazione pittorica che hanno aperto la strada al blaue raiter.

Vi segnalo anche lo splendido ritratto di donna POPOLANA ABRUZZESE, di Francesco Paolo Michetti. Tutto giocato sui toni del grigio, del bianco con punto luce sulla collana corallo. Meravigliosa la resa dei tratti somatici e fisici, della camicia e del gioiello: il tutto offuscato da uno sfumato sapiente che non toglie nulla all’espressività ma conferisce un senso di disorientamento onirico.

Interessantissima anche la pittura del Fornara, materica e dai colori vividi, accostamenti audaci ed atmosfere raccolte tipiche vigezzine. Tutto questo mi ha ricordato le tele di Van Gogh, non tanto per il modo di raschiare e applicare colore, ma per il gusto, gli accordi cromatici e le scene proposte, dove una natura dai colori sgargianti e minacciosi si integra con le figure di povera gente dai volti umili in processione.

Molte altre le opere che mi hanno colpita, ma delle quali non dirò nulla, perchè non voglio rovinarvi  la visita, mi piace lasciare un bel margine di suspance. Ovviamente vi invito a recarvi presso la galleria d’arte moderna Paolo e Adele Giannoni che si trova al complesso museale Il Broletto, in via fratelli Rosselli 20 a Novara. Potete parcheggiare la macchina in Piazza Martiri (parcheggio a pagamento) e l’ingresso costa 5 euro. Se invece arrivate coi mezzi pubblici da Piazza Garibaldi il percorso migliore è quello dal Baluardo o da corso Cavour, poi corso Italia con ingresso al Broletto da c.so Italia.

Ho passato alcune ore tra dipinti di grande valore e molto belli. Provateci. Poi  mi dite!

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