la metafisica secondo Aringhieri

La metafisica secondo Aringhieri

Carol Gianotti, 20 ottobre 2012, all rights reserved

Guardando le opere di Manola Aringhieri non posso fare a meno di rivedere in lei l’atmosfera metafisica dei grandi De Chirico e Delvaux. Ma questa è solo la prima impressione, ed è un’analogia semplice e affrettata che l’analisi visiva ci insegna a superare.

Ne Il corpo vuoto le figuri femminili poste sul grande torso acefalo, marmoreo, ellenistico, richiamano la classica formalità metafisica e onirica, ma ci fanno anche riflettere sull’utilizzo dell’icona del corpo femminile. Assistiamo infatti alla nudità contemporanea che non ha nulla a che vedere con la sacralità del corpo classico: i nudi ci appaiono più vuoti e asettici del corpo freddo. E, seppure quest’opera utilizzi mezzi espressivi moderni e reinterpreti la lezione metafisica, ci porta ad una riflessione ben più profonda che la semplice narrazione di un sogno. Se infatti, la metafisica agli albori, come il surrealismo, appaiono innovativi, l’uso formale che l’Aringhieri ne fa oggi non può essere interpretato con la sola chiave di lettura metafisica.

Questi deserti dell’anima, questi motivi ornamentali astratti, questi alberi secchi che da sempre rappresentano la fine di un ciclo, questa nuova classicità che mal si fonde con l’iconologia privata e mass mediatica del corpo femminile, non fa che acuire il senso di perdita del corpo della donna. Corpo inteso non solo fisicamente, ma con l’accezione filosofica di corpo-anima, rimasto indietro, perso in chissà quale percorso e mai più ritrovato.  Le architetture scevre, le crepe, gli scheletri degli alberi, le donne rigide,- con le masse dei capelli che richiamano le dure geometrie delle greche- , l’uso del colore sullo spazio aperto, con i toni azzurrati-rosati dell’alba (o del crepuscolo), a dialogare col freddo celeste del Corpo vuoto,  infondono alla scena un tono drammatico. Il dramma che si consuma è quello di una corporeità che non ha nulla di diafano e sano, ma che è specchio del disagio esistenziale.

Ne La terra e il cielo, un delizioso disegno (genere fantasy-visionario) vediamo come l’Arighieri interpreti e mescoli imput mitologici a delicate cromie. Un essere antropomorfo nasce dalla nuda terra e ha radici in essa, che lo trattengono, ancorandolo per le gambe. Come tutti noi, che dalla terra nasciamo e ad essa torniamo, quando il nostro ciclo è concluso. Ma il desiderio di questo Uomo, analogamente a molti di noi, è il desiderio di elevazione. Elevazione al “cielo”, a qualcosa di Alto e Altro. Ecco perchè le sue braccia spalancate al futuro e all’ignoto tendo no ad elevarsi, cercando di strapparlo alle sue radici, ai suoi retaggi.

Ecco perchè l’artista sceglie di donargli le ali. Lo scorcio del volto è mirabilmente realizzato. Il metodo è quanto più accademico, con un ricco chiaroscuro e un’ottima gamma cromatica. Interessante la scelta di dare luminosità al cielo blu petrolio con una fascia di luce bianca in linea d’orizzonte e un gradiente scuro verso la sommità, la parte superiore della campitura-cielo. Pregevole anche la scelta dei colori di terra dell’Uomo, che si azzurrano progressivamente alla conformazione delle ali. Dalla terra al cielo.

“In un’atmosfera vagamente surreale, c’è un primo piano di donna che esprime la sua drammaticità.” Manola Aringhieri

Ne La Porta del Tempo, una tela di grandi dimensioni (100×100 cm.), candidata a Premio Celeste 2012, è chiara l’evoluzione della sua ricerca pittorica.

Mantenendo sempre la sua caratteristica peculiare, legata all’espressività surreale/metafisica, notiamo la creazione di un’opera solida, efficace, sonora. La gamma di colori è un accordo a quattro cromie, bruni, incarnati, bluastri e rossi. la fluidità della linea e della linea pittorica non alleggerisce la fermezza della composizione: la bellezza naif eppure sensuale e trasognata della figura in primo piano cattura l’occhio. Non interagisce con lo spettatore, è persa in un sogno o in un pensiero trascendente, non vuole guardare il mondo ma guardar dentro sè stessa, in un movimento univoco e unilaterale.

In secondo piano, ma quasi generate dal sogno della donna, tre figure che creano un suono, un ritmo: l’icona marmorea con la testa crepata che crea un’ibrido dallo stupendo colore del mare, scintillante come le squame di pesce, senza tratti somatici, bello e fine a se stesso, che non può esprimersi ma solo tacere e sussistere. E, infine, l’evoluzione in donna, seduta su una nube rigonfia, con un abito che non svela la mani e i piedi e che ristente di un’iconologia che per secoli ha nascosto e determinato la funzione limitata della donna-madonna-oggetto. E’ una scala evoluzionista limitata, forse l’incubo della donna in primo piano, immagine corticale, squilibrio chimico mai risolto.

Eppure tutto trova la sua naturale collocazione, in un cielo vorticante come l’avrebbe visto Van Gogh, affiancato ad uno squarcio rosso, una ferita, violento come una quinta di teatro a cielo aperto. Tutto questo dovrebbe vibrare d’ansia. E invece no. E’ pervaso da una tranquillità artificiale, come un lento sogno a colori.

Curiosa la scelta dell’artista di firmare i lavori e, talvolta, scriverne col suo corsivo rotondo, i titoli. Non avrebbe avuto senso in un artista debitamente inserito nelle folli e pulite meccaniche contemporanee. Ma deliziosa e comprensibile per i linguaggi diretti e iconici scelti dalla Aringhieri, che non si sforza di “essere” contemporanea, ma percorre la sua strada narrando ed evocando con i mezzi e le velleità che più le si confanno.

Il tema della donna e del disagio, del sogno, del desiderio di accettazione, riqualifica ed emancipazione, espressi attraverso una pittura se vogliamo retrò, ma sicuramente ricca di impressioni e dalla svariate percezioni, fanno di questa artista una figura da prendere in considerazione nel panorama delle arti figurative.

Vi invito a guardare le opere di Manola Aringhieri sul sito http://www.premioceleste.it  / members

MANOLA ARINGHIERI
presentazione

La formazione artistica di Manola Aringhieri parte dall’Istituto d’Arte di Pisa e continua con la frequentazione della Libera Accademia del maestro D. Schinasi.
Inizia così un’accurata produzione grafica in cui usa prevalentemente il pennino a china e introduce poi delicatamente il colore in acquarelli o chine colorate. I soggetti sono quasi sempre figure femminili, o maschili. L’elemento umano è imprescindibile e la donna in particolare viene rappresentata nelle sue varie tipologie e condizioni.
Nota biografica:
Manola Aringhieri è nata a Rosignano Solvay nel ’57, ma vive e lavora a Castiglioncello (LI) – ha conseguito il diploma di maestra d’arte all’Istituto st. d’arte di Pisa e in seguito si è abilitata per l’insegnamento di Educazione artistica.

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One thought on “la metafisica secondo Aringhieri

  1. manola Aringhieri ha detto:

    Ho letto con grande emozione quello che hai scritto riguardo le mie opere e ho avuto molto piacere che sia stata proprio tu a parlare di me.ho ammirato la tua fluidita’ di scrittura ,iltuo lessico cosi’ professionale che pero’ha lasciato affiorare la comprensione acuta e vibrante della vera artista . Sei riuscita a penetrare laddove c’era qualcosa di sconosciuto anche per me; hai saputo “leggere il messaggio che era scritto in una bottiglia gettata in mare “,sperando di essere ritrovata da qualcuno.Grazie ,Carol dell’interesse che mi hai dimostrato,mi riservo in seguito di farti vedere anche delle mie grafiche, dove potrai constatare che c’e’anche una maggiore attualita’. Con stima Manola Aringhieri. A presto su Celeste!

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