THE ABRAMOVIC METHOD (al PAC di Milano)

E’ passato un pò di tempo da quando ho partecipato al “Metodo Abramovic”, lo ammetto, e non ho ancora scritto nulla. Ho lasciato sedimentare questa esperienza nel fondo dei pensieri. Non avevo tempo da dedicare al blog e anche volendo ritagliarmelo a forza non avrei avuto niente di interessante da dire. Troppo pieni gli occhi della performance alla quale ho assistito, troppa la gioia nel vedere questa icona della body art davanti a me, in carne ed ossa. Troppa l’emozione che mi ha invasa come un’onda; quando scrivi una tesi dal titolo “Corpus, Interpretazioni e Reinterpretazioni sulla Body Art”, e dedichi a questo corpo d’artista che è Marina Abramovic un bel capitoletto, non puoi ritenerti blogger imparziale. Sei di parte. Ecco perchè questo articolo arriva con un ritardo di qualche mese, perchè ho custodito le impressioni a caldo e mi sono imposta di non esternare giudizi che sentivo faziosi, quasi settari. Ho sempre cercato di “leggere” l’arte secondo una metodologia più legata all’analisi visiva, e non alla letteratura, alla storiografia o all’idea che ci si è fatti dell’artista. Mai attraverso il “mi-piace, non mi-piace” che non ha più senso d’esistere, specie in arte. Ma so che in questo caso l’assoluta simpatia che provo verso questo “movimento”, se così lo si può chiamare, mi porta a scrivere con imparziale passione e a, non dico difendere, ma perlomeno a riqualificare piece che stanno, per dirla terra terra, sulle palle ai più.

Infarinata:

 Marina Abramović nasce a Belgrado il 30 novembre 1946. È un’artista di origine slava, attiva dagli anni Sessanta nel campo della Body Art. Tra le sue installazioni più note ricordiamo Bed from Mineral Room del 1994 (Letto per la camera minerale), Cleaning the Mirror del 1995 (Pulendo lo specchio) e Balkan Epic del 1997 (Epica dei Balcani).

Antesignana dell’arte performativa come forma di arte visiva. Da sempre usa il suo corpo come soggetto e come mezzo. Mette alla prova il limiti fisici e mentali del suo essere, sopportnado dolore, costrizione, lunghi tempi di concentrazione trascendente, sfinimento. Corre rischi alla ricerca della trasformazione fisica e psichica. Tipica della sua poetica è la riproposizione delle azioni del quotidiano, delle azioni private, dell’abbattimento della soglia tra pubblico e familiare/privato. Le sue performance sono ancora oggi considerate importanti all’interno del meta-linguaggio corporeo.

Fece coppia artistica con Ulay. Si incontrarono nel 1975 e decisero di lavorare assieme, esplorando i confini della dipendenza sia nel loro rapporto che con il pubblico; ad esempio nella performance Breathing In/Breathing Out (1997) con le labbra aperte legate come in un bacio profondo, si respirarono a turno l’aria dai polmoni l’uno dell’altra, fino al limite del soffocamento, quando il pubblico intervenne per separarli.

Il critico d’arte Jeffrey Deicth la definì, nel 1992, post human, ovvero artista legata al filone della Nuova Corporeità/Post Human.

    Il tema della guerra nei balcani le ispira  Balkan Epic, una serie di perfomance realizzate tra il 1997 e il 2003, riprodotte in video e spesso riproposte in mostra.

Una di queste realizzazioni è  Balkan Baroque: la Abramović vestita di bianco siede su un mucchio di ossa bovine appena macellate e le pulisce con uno scopino di saggina, acqua e sapone. Per tre giorni di piece, ventidue ore (quasi otto ore al giorno), nel sotterraneo della Biennale di Venezia, lavora a queste ossa, simboliche, lavandole e  privandole delle cartilagini e dei residui di carne, fino a lasciarle pulite, creando una sorta di metafora linguistica nel tentativo di mondare il suo popolo delle colpe di cui si andava macchiando. Balkan Baroque fa vincere all’ Abramović il Leone d’Oro alla 47/a Biennale d’Arte di Venezia.

Nel 2010, il MoMa di New York ha dedicato all’artista la grande retrospettiva The Artist is Present.

La mia visita al PAC (Padiglione Arti Contemporanee Milano), The Abramovic Method, 21-marzo-2012
Era la prima volta che la vedevo, dirvi che ero emozionata è forse un’ovvietà ma non manco di esprimerla. Arrivo in metrò fino a San Babila e poi a piedi fino al Museo di Storia Naturale, il PAC è lì vicino. Entro con la mia tesi sotto il braccio e pago il biglietto. Comincio a sbirciare e vedo delle installazioni di sedie, lettighe e strane costruzioni in rame, enormi minerali sopra, sotto, vicino a questi oggetti del quotidiano, resi sterili e impersonali, come solo il nudo materiale senza fronzoli è in grado di apparire.
In cosa consiste il “Metodo Abramovic”?
I partecipanti alla performance, cioè chi si trova fisicamente dentro al PAC durante l’ora e mezza di realizzazione dell’opera, saranno divisi in due gruppi: uno, composto di 21 individui, che si erano prenotati in anticipo sul sito dedicato, parteciperà al “method”, l’altro, farà il voyeur, l’osservatore.

I requisiti sono pochi e semplici: dedicare l’intera ora e mezza a Marina, senza usare i-pod, telefonino, pc, macchina fotografica, orologio; praticamente nessun dispositivo elettronico, di nessun genere. I “performer” dovranno anche indossare cuffie insonorizzate e camici bianchi da laboratorio, una sorta di “divisa” che uniforma il grado sociale di tutti loro, in modo da far concentrare gli osservatori sulle loro caratteristiche fisiche ed emotive e non sui loro abiti civili.

Introduce lei stessa, con la sua treccia laterale e la sua figura statuaria che contrasta con l’estrema e didascalica dolcezza della voce, e spiega passo passo il perchè e il per come è giunta al “method”, l’evoluzione della sua arte da “corpo chiuso a corpo diffuso”, da corpo singolo a corpo collettivo. Il gruppo dei 21 performer è stato fatto accomodare su delle sdraio al piano terra, noi osservatori siamo sparsi per tutto l’edificio. Le sue assistenti, Lynsey Peisinger e Rebecca Davis, istruiscono, una volta terminata l’introduzione di Marina, i partecipanti su come “agire” con gli oggetti a disposizione e fanno loro prendere coscienza del proprio corpo attraverso semplici esercizi che ricordano lo yoga. La testa, i muscoli facciali, il collo, la gola, il petto, le scapole, la schiena, le braccia, le mani, plesso soleo, basso ventre, cosce, gambe, fino alla punta dei piedi. Tutto il corpo viene “attivato”, secondo una modalità che ha molto a che fare con il risveglio dei chakra. Ora che il gruppo è pronto deve affrontare la performance, trenta minuti in ogni posizione: in posizione eretta, seduta e supina.  I minerali collocati nelle immediate vicinanze degli oggetti coi quali interagisce il gruppo (individualmente e personalmente) sono conduttori di flussi energetici e vibrazioni. Ogni partecipante proverà le tre posizioni e si metterà a disposizione (col suo proprio corpo) dell’osservatore, che, da una balconata dotata di binocoli, potrà osservare nel dettaglio ogni singolo particolare; ciò consentirà loro di concentrarsi suo ogni partecipante, sulle espressioni, sull’azione delle correnti energetiche, sulla pelle, sullo sguardo, sulle microscopiche contrazioni, sperimentando un’intimità indiretta. Lo scambio di pensieri eleva la mente a linguaggi che superano le funzioni di quello verbale.

Dice Abramovic che “stiamo vivendo in un periodo difficile, nel quale il tempo ha sempre più valore semplicemente perchè ce n’è sempre meno. Credo che la performance di lunga durata abbia il potere di creare una trasformazione mentale e fisica, sia per il performer, sia per lo spettatore. Per questo motivo vorrei dare al pubblico l’opportunità di sperimentare e di riflettere sulla vacuità, il tempo, lo spazio, la luminosità, il vuoto. Ho creato un’installazione di oggetti per uso umano e dello spirito,con cui il pubblico può interagire assumendo tre posizioni basilari. In questo modo diventa parte del lavoro. Lo spettatore sarà uno specchio per il pubblico che partecipa all’installazione. Durante questa esperienza spero che l’osservatore e l’osservato sapranno mettersi in relazione con se stessi e col presente. L’inafferrabile momento del QUi e ORA.

Questa esperienza per certi versi mistica, sicuramente elevante, mi ha fatto capire come l’arte possa tracciare nuovi confini, come riesca a “ridisegnare” e a conferire nuovi significati a gesti, pensieri, movenze, rapporti non verbali, rapporti introspettivi di lettura del nostro intimo, del profondo e dell’intimità indiretta perchè a contatto visivo dell’esperienza altrui. E tutto questo attraverso il filtro emotivo ed il nobile statuto dell’arte. Non voglio inculcare niente a nessuno, specialmente ai blasfemi, a “non credenti” della body art, ma per onor del vero ho voluto farvi partecipi di questa mia esperienza, del tutto personale ed arbitraria, che ha confermato e implementato salde convinzioni che stavano a monte.

La curatrice si è rivelata una persona affabile e generosa perchè ha portato la mia tesi ad Abramovic che l’ha autografata, rendedomi davvero orgogliosa e felice per il lavoro svolto, che le farò pervenire, in quanto interessata a leggere ciò che si scrive su di lei. Io non faccio la giornalista, non scrivo per elogiarla o per distruggerla a seconda di come tira il vento. La mia tesi si è rivelata una semplice ricerca, un’analisi che mi ha portata a maturare delle conclusioni; ha quindi un valore aggiunto, un autografo così importante. Chi scrive su artisti del passato non può capire cosa significhi vederli nel contemporaneo, oggi, qui, ora. Io vivo il mio “spirito del tempo”, tempo negativo, malato, storto quanto vuoi, ma pur sempre il mio tempo. L’accettazione mi ha portata a viverlo con coraggio, soprattutto in arte dove reputo le tendenze nell’arte oggi il preludio del futuro.

Carol Gianotti, 2012 – All rights reserved.
‎”La tecnologia ci illude, sembra moltiplicare il nostro tempo invece ce lo riduce. Amo e odio la tecnologia. In realtà il vero ossigeno per la società è l’arte. Gli artisti sono gli unici che possono e devono prevedere il futuro.”
‎”Fare arte è come preparare una zuppa. devi avere gli ingredienti giusti. non troppo e non troppo poco in ogni cosa. la cosa più importante è l’equilibrio. quando ciò è fatto correttamente, mangiare la zuppa può diventare un’esperienza spirituale. Uso l’esempio della zuppa perchè per me è esattamente la stessa cosa con l’arte. L’ARTE DEVE NUTRIRE E OLTREPASSARE I SENTIMENTI COMUNI.” Marina Abramovic, PAC, ventuno marzo duemiladodici
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3 thoughts on “THE ABRAMOVIC METHOD (al PAC di Milano)

  1. La body art non é tra le discipline artistiche che seguo, debbo dire. Già il pensiero che fa parte del mio lavoro e mi apre mente e spirito “assorbe” l’impegno per la via da seguire, la trasformazione e la ricerca. Ma, ho letto con attenzione il tuo scritto, la passione ed il cuore che si trova tra le righe ed oltre esse e mi ha commosso, nella certezza che arte é pensiero, é attesa..

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