il verismo di Gioacchino Toma

Parliamo oggi di un artista dell’ottocento partenopeo, per finire con qualche riferimento ai coevi milanesi.

Gioacchino Toma, nato a Galatina il 24 gennaio 1836 e morto a Napoli il 12 gennaio 1891, pittore.

Rimasto presto orfano e rifiutato dai parenti più prossimi, trascorre una giovinezza sfortunata, tra il Convento dei Cappuccini di Galatina e l’ospizio dei poveri di Giovinazzo. Qui apprende i primi rudimenti d’arte, attorno al 1853.

Nel 1854 si trasferisce a Napoli per conto suo, lavorando come pittore ornamentista, sotto il Fregola alle decorazioni della villa reale di Favorita a Portici.

Nel 1857, casualmente coinvolto in una retata della polizia borbonica, è imprigionato per due mesi, poi confinato per più di un anno a Piedimonte d’Alife. Per vivere dipinge ritratti, immagini sacre e nature morte di frutta, “incunaboli pittorici già chiaramente orientati ad una tavolozza impostata su tenui accordi cromatici”, sostenuto da amicizie importanti. Beniamino Caso per primo, che lo introduce al duca di Laurenzana e al principe di Piedimonte, che lo ospiteranno e gli commissioneranno un po’ di tele. Durante la prigione il Toma entra davvero in contatto coi cospiratori antiborbonici ed è tra i primi ad impegnarsi nei moti del 1859.

Nel 1860, ufficiale garibaldino, prende parte ai fatti d’arme nel Beneventano, nel Casertano e nel Molise.

Alla mostra napoletana di Belle Arti del 1859 ottiene un primo successo col quadro ancora accedemico-romatico, desunto dalla Gerusalemme Liberata e definito, in seguito, da se stesso, “una robaccia”: la tela titolata Erminia, oggi conservata al Palazzo Reale di Napoli. All’epoca venne acquistato dalla real casa.

“Ma già nel 1861, come frutto dell’esperienza militare e dei suoi ideali politici, con Un prete rivoluzionario (oggi al Museo Nazionale di Capodimonte), Figli del popolo (Pinacoteca civica di Bari), Roma o morte (Museo civico di Lecce) è alla ricerca di un naturalismo che risente del Palizzi e dei nuovi orientamenti figurativi napoletani,  ma anche del Seicento luministico partenopeo, che riscatta dalla fase simbolistica morelliana per ricondurlo ad espressione di profonda sincerità.”

Toma non si impone perentoriamente sulla scena artistica meridionale, ma ottiene vasti consensi.

Espone al Tribunale dell’inquisizione di Napoli (oggi municipio) nel 1864.

Ho notato la tendenza del Toma, come di altri artisti ottocenteschi, di trattare il motivo storico non alla maniera neo-classica, ma con un approccio più di reportage che di esaltazione. Il neoclassico, come l’accademismo puro,  raccontano con pompa magna, lustro, eroismo. Nell’ottocento, però, vediamo il fiorire di un’ altra pittura, più naturale, più dimessa e attinente alla realtà, dove può emergere la drammaticità, ma senza una formalità traumatica per l’osservatore. Il tono rimane dolce, vicino alle dinamiche sociali, contadine, militari, delle carceri e di molti altri ambienti.

Nel 1864, forse ispirato da altri artisti italiani, Toma incomincia una grande opera che lo manderà in crisi: Le signore napoletane in casa di Eleonora Pimentel.

Questo dipinto, ispirato alla rivoluzione del 1799, lo turba e lo fa sentire schiacciato dalle difficoltà.     Molto auto-critico, riguardo alla scarsità della sua cultura, abbandona la pittura deciso a rimpire le lacune studiando.

Comincia subito ad insegnare alle scuole municipali per l’artigianato; crea merletti, disegni per ricami, punti movibili, prototipi di mobilio.

Studia molto e non espone fino al 1874, quando, cioè, pensa di essersi fatto una cultura che lo conforta nella propria coscienza estetica e lo fa significativamente riprendendo l’idea di quadro ispirato alla rivoluzione napoletana, tentato dieci anni prima. Finalmente è pronto per il pubblico.

Espone la prima versione di Luisa Sanfelice in carcere (già Milano, collezione Giussani; venduto a Milano, Finarte, novembre 1969) cui segue, nel 1877, la seconda versione (Roma, Galleria Nazionale d’Arte moderna).

Il tema della Sanfelice segna il momento più alto, secondo molte fonti, nella produzione del Toma; è pienamente apprezzabile il suo linguaggio, la sua visione assorta del quotidiano, che coinvolge, come ho già detto, i temi d’ispirazione sociale o storica.

Così anche il dramma della Sanfelice “partecipa alla dimessa narrativa dell’artista, che si esprime con pudore in sintesi cromatiche e formali di lirica purezza”. Non ha più rilevo il fatto in sé; non colpisce l’artista il peso della personalità politica della Sanfelice, ma solo la condizione di condannata a morte, che, incinta, prepara il corredino per suo figlio.

Luisa Sanfelice in carcere, prima stesura del quadro, Gioacchino Toma

L’opera che voglio analizzare si intitola Donna che legge sdraiata.

E’ un quadro a olio, ciò che mi balza subito all’occhio è la figura di donna assorta nella lettura.

Il rapporto figura sfondo è dato da un taglio netto di volumi e tinte. Sul fondo rosso carminio della tappezzeria si staglia la figura, una donna seduta in poltrona che legge un libro. Essa ci appare per mezzo dei volumi della testa, del braccio destro e di parte della gamba destra; è una figura a riposo, statica, adagiata sul cuscino chiaro. Veste un’ampia blusa nera che copre l’abito sottostante bianco rosato. L’efficacia cromatica si basa su contrasti di tinte (il forte contrasto tra l’abito nero e la carta da parati rossa a motivo floreale) e contrasti di luminosità; la gradazione del bianco passa da zone di bianco puro (nel rivestimento della poltrona, nella gorgiera e nel polsino dell’abito) a zone di bianco rosato, sulle stesse superfici e sull’incaranto, dove notiamo anche tonalità di giallo arancio. Nera è anche la copertina del libro, sorretto dalla mano sinistra, unico elemento percepibile della parte sinistra del corpo.

Escludendo i bruni dei capelli, volto, poltrona e decorazioni parietali, ed i gialli, gialli oro e bronzi, sempre delle decorazioni e dell’incarnato, possiamo cogliere una gamma cromatica prevalente, che si esprime attraverso la triade bianco-rosso-nero. Una delle primissime gamme cromatiche utilizzate fin dal neolitico.

Il rapporto figura/spazio è efficacemente espresso, attraverso un inganno prospettico molto semplice, anche se possiamo considerare “anomala” la scelta compositiva di decentrare la figura nella parte sinistra del quadro.

La luce, sebbene soffusa, sembra arrivare da destra, probabilmente da una finestra posta frontalemente alla donna, che è ritratta di profilo.

C’è armonia fra i colori impiegati, e c’è musicalità.

Anche se il Toma è un artista pugliese, mi ha ricordato i colori degli scapigliati, suoi contemporanei, che ho visto in mostra l’anno scorso a Milano. La gamma cromatica impiegata in quest’opera è simile a quella dell’opera di  Federico Faruffini, In chiesa.

Emergono influenze del positivismo e del naturalismo francese, che crebbero di pari passo con la fascinazione per l’ oriente. Di impianto realista è la luce a farla da padrona. L’ atmosfera è profonda, capace di evocare sentimenti. Il tentativo del Faruffini, come dei suoi compagni d’Accademia, era, in quegli anni, qualcosa di eccezionalmente innovativo: tentavano di “unificare la arti”, quindi l’architettura, la scultura, la pittura e anche la musica, in un’ unica grande esperienza visiva e dei sensi. (Notiamo l’organista in alto a sinistra quasi in ombra, ma presente, a dare musicalità alla scena).

Notiamo anche l’utilizzo del verismo e l’attenta analisi dell’interazione fra la luce e la materia, l’ampia campitura e la sottilissima linea-luce sulla colonna. Gioco al quale risultarono essere molto sensibili, seppur in maniera diversa, tutti gli impressionisti.

A livello figurativo e di tematica trovo degne di nota le analogie fra la Donna che legge sdraiata del Toma e La lettrice (o Clara), sempre del Faruffini.

 La lettrice (o Clara), Federico Faruffini

Definita “un esempio di bovarismo”.

(Il bovarismo è una corrente di pensiero sviluppatasi durante la seconda metà dell’800 e che definiva la tendenza di alcuni artisti a sfuggire alla monotonia della vita di provincia, la metropoli diveniva un sogno ambito, insieme alla lettura che proiettava la mente in una sorta di paradiso terreno, la lettura utilizzata quindi come mezzo di svincolo dalla realtà, come una sorta di droga. L’artista ritorna alla realtà deluso, perché si sente intrappolato in un mondo che non è il suo, è caratteristica l’evidenza di una punta di romanticismo e la messa in evidenza della stupidità borghese.

Il termine Bovarismo deriva dal celebre romanzo dello scrittore francese Gustave Flaubert: Madame Bovary.)

Clara è una tela di fattezze realistiche, ma profondamente intimistica.

E’ una “posa rubata” del tutto inconsueta per l’ epoca; Clara fuma, legge,è adagiata sul divano e sembra non accorgersi dello sguardo del pittore. Questa tela sfida le convenzioni e la moralità borghese allontanandosi, definitivamente, dal romantico.

Questa opera è stata dipinta dal pittore “fine a se stessa”, ovvero non per commissione ma per diletto personale.

La prima lettura critica dell’ opera è del 1936. Perciò non vi sono state occasioni di vederla esposta prima della metà del Novecento.

Come nel caso di questa tela, anche la posa del Toma può considerarsi una posa rubata all’intimità. Anche se Clara, con la sua sigaretta e i suoi libri in disordine, è meno rigorosa della donna sdraiata in poltrona che ho analizzato.

L’anaolgia è comunque palese.

Luisa Sanfelice in carcere (opera definitiva)

Illustra un dramma umano, in modo sommesso ma non poco efficace. Il racconto è ridotto all’essenziale in virtù di “una sorgente di luce chiara, la quale ha il compito e la forza di unificare la visione e d’imprimerle un quieto raccoglimento intridendo il tessuto coloristico con una sottigliezza inneffabile di vibrazioni” (Bellonzi).

Dai dieci anni di volontaria esclusione dalla scena artistica ha tratto buon frutto, studiando i più importanti pittori del Seicento partenopeo, i contemporanei milanesi e la pittura d’interni olandese. Non sempre, tuttavia, riesce a trovare l’equlibrio perfetto di questa tela, anche se il carattere che anima i suoi quadri, perlopiù patetici, non è soffocato dalla letteratura o dall’ideologia; la sua autenticità pittorica rimane e supera l’aneddoto spicciolo.

La malinconica natura dell’artista pugliese, che trova esatta corrispondenza nell’adeguata resa cromatica e tonale delle tele, deborda qualche volta dal sentimento al sentimentalismo, come in Il viatico dell’orfana del 1877(che mi ricorda per l’uso cromatico e l’atmosfera la Sala delle agitate di Telemaco Signorini). Oggi si trova alla Galleria nazionale di Arte Moderna di Roma, assieme ad altre sue opere, quali La guardia alla ruota dell’Annunziata, Un romanzo nel convento, La messa in casa.

Sono questi i suoi anni migliori e queste le tele dove emerge maggiormente il suo silente mondo poetico, realizzando negli interni precisi rapporti fra figure (in modo quasi purista) e cose, imparando a dipingere quella luce soffusa che caratterizza non esclusivamente la sua pittura. Ma la sua pittura sobria non piace al pubblico di allora, più avvezzo ad artisti quali il Morelli e il Fortuny. Nel 1878 entra in Accademia a Napoli come professore di disegno, esponendo poco, ma continuando in disparte a dedicarsi alla pittura.

Bibliografia:

M. Della Rocca, L’arte moderna in Italia, Milano 1883

F. Netti, Scritti vari, Trani 1859

P. Casotti, L’arte di Gioacchino Toma, Galatina 1923

G. L. Marini, Dizionario Enciclopedico dei pittori e degli incisori italiani, Mondadori, 1983

Articolo e analisi delle opere a cura di C.Gianotti 2010/2011

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2 thoughts on “il verismo di Gioacchino Toma

  1. crenabog ha detto:

    Gran bell’articolo!

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