bacca di bosco

sto lavorando su una tela che deve sapere di bosco. è un bel lavoro che chiama in causa il sentire interiore, cosa che apprezzo molto, devo ammetterlo.
è una commissione, lo sapevo fin dall’inizio, ma ciononostante l’ho lavorata con lo stesso amore con cui partorisco le mie opere. non penso che a breve dovrò separarmene. adoro dipingere, dipingere senza l’obbligo della figurazione, sentendo la spinta del colore e della forma, nel mondo fisico dell’astrazione, che obbedisce alla mia intima visione, il soggetto non è che apparenza.
certi giorni dipingo e cerco di tirar fuori una nuova realtà, diversa da quella reale ma non per questo stupida fantasia senza capo né coda, solo una realtà intima delle mie cose, una realtà che appoggia a me e al mio modo di vedere. di respirare.

una realtà indissolubilmente legata alla forma io non la capisco. non la voglio. non mi serve l’apparenza per raccontare una persona o ciò che mi lega ad essa. guardate queste uova fritte: sono due, ma sono anche una. ecco la poliedricità che mi piace, l’essere più cose in un unico concetto; (senza strabordare fino alla necessità di una pillola anti-concettuale!)

la capacità verbale che appartiene ad un uovo fritto.

lavoravo oggi con il verde in molte tonalità e saturazioni, quell’instabile bastardo del verde che amo tanto. mancavano i bluastri essendo un bosco serale, un bosco della mente lontano dal sole. quindi niente arancioni, ma turchesi, blu, violetti, viola intensi, nero e bianchi. le velature e le compenetrazioni erano già asciutte quando sono passata agli sgocciolamenti. la pittura che cola si porta dietro qualcosa di me, essa mi ha alleggerita nel corso degli anni di piccole zavorre sabbiose e ferrose che mi avvelenavano dentro, scorie del passato che grazie allo smalto e al diluente hanno trovato una via d’uscita.

si può essere sempre più bravi. o si può essere semplicemente noi stessi, senza la volontà di crescere a tutti i costi; basta mettere un passo dopo l’altro, pennellata dopo pennellata, per prendere coscienza di ciò che si sta facendo e perché. e questo per me è già vivere la pittura come si deve. senza calcare la mano, provando sempre quella tensione erotica che il liquido e la tela e la carta mi regalano.
la gente spesso mi chiede perché “tu che sei così brava a disegnare, sei finita a fare pittura astratta?” e io sorrido.
primo vorrei capire cosa intendono con astratta. un termine piuttosto tecnico e preciso che sento in bocca a chiunque, anche a quelli che dicono “io sono andato alla biennale ma non ci ho capito niente!”
secondo vorrei sapere cosa li turba in una pittura che sia priva di figure riconoscibili o antropomorfe.
davvero…
provo a “spiegare” il perché io dipinga come ho voglia e cosa mi ha portata a seguire questo percorso, per me il migliore possibile.
primo: la gioia pura che da dipingere così. il piacere enorme.
se questo non fosse abbastanza per giustificare un modus, ecco altre tre buone ragioni;
secondo: ho intuito le possibilità autonome del colore, svincolate dalla raffigurazione del vero e alla fedeltà cromatica, il colore mi piace viverlo per sensazioni, per evocazioni. a me il viola o il turchese danno delle emozioni che a te non danno. giusto? le stesse emozioni magari tu le provi con un bel blu di prussia o un giallo-arancio in tinta pura.
ho fatto diventare il colore un valore in se.
terzo: sono figlia della Secezion, di Klimt e Schiele, ai quali mi sono ispirata una volta che ho imparato bene a disegnare, per deformare ciò che avevo imparato, quando ancora avevo paura a inventare . dopo aver copiato un sacco di persone, dal vero, non immagini possibile un mondo dove non devi rimanere ancorato a ciò che vedi, a ciò che appare. mi sono lasciata andare ad enfatizzare dove credevo fosse necessario. e la mia linea tonale ha cominciato a parlare una lingua sua. e dopo un pò cantava! la linea si è liberata!!!!!!
quarto: ero stufa di raccontare. volevo sentire. volevo proiettare immagini interiori. ed ecco sbucare una realtà che va oltre il cosciente, una realtà inconscia che liberasse i miei tormenti, i miei incubi, le mie bugie. è per questo che nei miei quadri si può leggere la realtà non palese, quella che sta sotto due dita di polvere. ma non per questo prodotto dell’immaginazione, rielaborazione di un vissuto semmai.
perché faccio action painting? perché c’è qualcosa di mio all’interno dell’atto creativo che rimarrà nelle mie pitture per sempre. qualcosa di molto più libero e animale dello zichi zichi col pennellino a far le copie per vendere.
non posso spiegare tutto, anche perché non so assolutamente tutto. so una parte piccolissima di ciò che c’è da sapere, ma una cosa la so: che dipingo per amore e per piacere. e so quello che faccio.

 ho detto qualcosa. sono felice di questa evoluzione verso l’ignoto.
vi saluto con un pezzo di guido ballo che condivido fino all’ultima fibra, e talvolta mi chiedo perché non l’ho scritto io? 

“Nessuno può credere, come spesso si è fatto, che l’eliminazione dell’oggetto in pittura sia sorta improvvisamente, per un quadro visto di sghembo, con i singoli elementi compositivi irriconoscibili e dalla illuminante convinzione di Kandinskij il quale si accorse in quel momento che gli oggetti nuocevano alla sua pittura. Si trattava, nel caso di questo artista innovatore, di un’occasione rivelatrice, ma le cause erano lontane e profonde.”

Capito?

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