pelucchi nell’aria

pelucchi nell’aria…
respiro male, mi sembra di avere qualcosa di appiccicato alle mucose nasali. caccole? non credo. sono questi piumini volanti i colpevoli, lo so.
tigli. una volta abitavo all’incrocio tra via xxv aprile e via dei tigli. una volta c’erano grandi campi di grano, frumento, tra le case. oggi no, ci sono solo case e cemento e piastrelle e lampioni. e il verde che spunta timido sembra chiedere “scusate c’è posto?”

più ci difendiamo dalla natura e più lei torna, a morderci le garrette come un cane affamato; più diserbiamo e più la gramigna rispunta, più gramigna che mai. più cerchiamo di urbanizzare e più le allergie ci attaccano e ci deridono, radicate nelle nostre pelli mature.

stasera c’è il passato di verdura per cena. mi vengono in mente i passati di verdura che mangiavo dai miei nonni ogni volta che lo faccio, con meno stile, è ovvio. il tavolo tondo e il nonno, alla mia destra, con le sue manone e i capelli bianchi come un angelone. e non era neppure così enorme, ero solo io che lo vedevo così, grande e bello, dalla mia altezza ristretta. mi viene in mente il profumo della sala, i portatovaglioli in legno, i bicchieri uno diverso dall’altro, che, infondo, eravamo gente alla buona. e quel passato di verdura, che quello di oggi non è che un vago ricordo.

sono troppo cancro. il cancro è così: patologico del ricordo. vorrei essere una menefreghista, una dura, una che le paranoie non se le fa. invece sono come sono sempre stata, e non lo davo a vedere. sono una che le cose non se le dimentica, croce sul cuore, che non sa perdonare, che non sa dimenticare. ma ci sto lavorando, sul lasciare andare intendo. e sul non trattenere le cose che mi fanno male, in un autolesionistico bagnetto caldo. fuori. andate fuori.

la primavera è triste. altro che rinnovazione. arriva sempre anche se io non la voglio col suo corteo di allergie e cinguettii, con quel marzo di merda, che in un attimo sei già a maggio, con le emicranie e le scadenze. con la gente che sorride e mi vien da chiedermi che cazzo c’hanno tutti quanti da sorridere? se tanto appena ne fai una mezza saltan su come le iene per mangiarti di parole? in verità anche se non fai proprio niente, ti mangiano di parole. se sei fortunato, davanti.

scusate l’intervento, sto parlando a vanvera, sto diventando qualunquista, cavoli.

e tutto per sti pioppi, pioppi, non tigli. sono i pioppi sti pelucchi nell’aria.
mi stapperei una birretta fresca, ma sono astemia. berrò del succo di frutta. pensando a Dembscher e Beethoven: “Muss es sein?” “Ess muss sein.” da ripetersi come un mantra, dev’essere? dev’essere. dev’essere.

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