LA VITA E’ ALTROVE

Parafrasando la celebre frase di Rimbuad, che ha dato il titolo ad uno splendido romanzo di Kundera del 1969, sviscero un argomento che avrei dovuto affrontare già da tempo, e che, per merito o colpa, ho spesso rimandato.
L’eterno conflitto arte-poesia. Le definizioni sono stronzate, le odio, sono cucite addosso e appena uno fa un passo si squarciano. Ma le vite, le attitudini, le predisposizioni, le missioni, quelle no, non sono stronzate. Io sono una persona, niente di più e niente di meno di altri milioni di persone. Ciò che fa di me, me stessa, che mi contraddistingue, è la mia vocazione: l’arte.

Non mi sento artista (perlomeno non a tuttotondo), non mi sento artigiana (perlomeno non solo) e neppure letterata, sebbene scriva. E legga. Non sono né carne, né pesce. Ma sono io e dipingo, e disegno, penso, rielaboro, creo. Ho sempre COMUNICATO. Anche nei momenti di depressione e di abbandono ho fatto andare la materia grigia, e, non appena sono risorta un pochino, ho subito ripreso a creare. Non è lo stesso creare del poeta quello dell’artista? Non attinge anch’esso al mondo demiurgico delle idee per riproporre qualcosa? Che sia “estetico” o “personale”, non è sempre un’opera? Perchè allora la corona d’ alloro sempre in testa al poeta, “che è l’eletto”, e mai all’artista, che traduce pensieri in immagini fisiche? Il poeta può dipingere con le parole scene ricche e variopinte, piene di emozione o di dolore, nelle nostre teste, ma comunica (solamente) attraverso le parole stesse. Ne è legato mani e piedi. Le parole sono la sostanza della quale egli si serve per comporre e per comunicare. Egli rievoca. L’artista, spesso, non necessita delle parole, gli basta creare le sue immagini, le sue sensazioni, attraverso la forma, il colore. O la non forma, il non colore. Mette e toglie. Il poeta crea metafore. Il pittore crea riproduzioni.

Certo, detto così, è un pò riduttivo. E’ che queste contrapposizioni, queste equazioni mi sembrano portar via la magìa e la sacralità della poesia e dell’arte, che, nonostante in rari casi possano ricoprire funzioni e contenuti analoghi, sono essenzialmente due entità diverse.

Atteggiamento lirico e atteggiamento introspettivo.
Il poeta sublima la vita, la racconta con sensibilità e con maestrìa, il suo atteggiamento lirico si scorge anche nella suo vivere la vita. Ancora oggi il poeta è un essere che abita la fantasia, un essere che si esibisce al mondo, non va per il mondo. La poesia lo protegge e i dolori che racconta sono spesso i dolori degli altri, anche se solo lui sa “che tristezza c’è nella casa della poesia”. Eletto? Forse sì. Infondo “solo il vero poeta sa che cosa sia l’immenso desiderio di non esser poeta, il desiderio di abbandonare la casa degli specchi nella quale regna un silenzio assordante.” Soffre dei dolori universali più che dei dolori terreni. Se rimanesse solo troppo a lungo si sparerebbe un colpo in testa. Ecco perché il poeta riempie di parole le pagine e le teste, per riempire in primo luogo la sua.  I poeti scrivono di folle e piazze, amori lattiginosi e umidi, odori di taverne e tombe fredde, talvolta di fiamme dorate che rendono gli uomini torce brillanti e miti nel momento della morte.

Ma la loro denuncia, la loro rabbia, proprio perché espressa con le parole, si tramuta in un canto e diventa una paura universale. Un insulto che diventa canto è la poesia, credo abbia ragione Kundera, non si può fuggire dalla casa degli specchi.

Ma io
mi sono domato
da solo

Ho camminato
sulla gola
del mio stesso canto,

scriveva Majakovskij; un grande poeta “possiede una gran sensibilità, un’immaginazione demoniaca e sente quello che gli altri non sentono.” Egli non ha solo merito, ma è soprattutto un eletto.

Dunque anche l’artista, che, coniugando le sue doti tecniche alla sua geniale capacità comunicativa, dovrebbe potersi definire eletto anch’egli, alla fratellanza (per usare un termine rembaudiano) degli artisti?

No, gli artisti non si stimano, non si accomunano, non creano fratellanze di nessun tipo. Ed anche quando si ritrovano sotto ad un “manifesto”, ad un “movimento”, ad una “corrente” è perché qualcun’altro ce li ha messi. La Storia dice che De Pero e Balla erano futuristi, che Van Doensburg e Mondrian erano neoplasticisti, che il sodalizio Braque-Picasso fu efficace come quello Gaugin-Van Gogh. Io sono sicura che ognuno di essi teneva alla propria originalità e riconoscibilità più che alla sua stessa vita. Che il fare arte per loro andasse oltre la semplice fruizione dell’arte stessa e che, essere sempre accomunati a qualcun’altro non fosse motivo d’orgoglio. Ma di frustrazione.

Onanisti del colore, narcisiti dell’immagine, agli orgogliosi artisti la scrittura non è mai bastata. Neanche a chi la reinterpreta come i poeti visivi. A loro serve propaganda! Yahvè e Zeus sono memorie, Gesù una scommessa, un intero mondo di cui cibarsi e da vomitare con nuove fattezze è il campo da gioco. La pittura è forse, (allora) un canto che diventa insulto?
Non meritano la corona d’alloro, meritano il primato di innovatori! Di raconteurs  a 360°. Gli artisti vogliono essere artisti!!!!! Non c’è cosa che desiderino di più.

Non si fermano alle gioie dell’alfabeto, essi percorrono i territori della mente e dell’immagine. Non solo l’immagine stereotipata della donna “perfetta”, ma l’immagine di ogni cosa, di ogni cosa cammini o stia sulla terra, dai funghi atomici, ai barili di petrolio, dalle fabbriche abbandonate alla gente che scopa, che compra cibo nei fast food, che guida station wagon e pensa a quando andrà finalmente in pensione, ai cani abbandonati per le strade, la cicca e la lattina buttate per terra, la faccia scura dell’infermiera che preleva sangue da un braccio. L’arte è anche (e soprattuto) questo.
E le mie stesse parole diventano anti-artistiche, didascalie inutili. Esse non dovrebbero assumersi la stupida responsabilità di descrivervi qualcosa, ma dovrebbero gridare in faccia “coglione” a chiunque dica io l’arte non la capisco. Non c’è che da guardare, accendere il cervello nel caso fosse in stand by e guardare, lasciarsi andare a riflettere, nel caso sparuto un’installazione toccasse in noi qualche tasto.

Parliamo troppo di arte e poco di macchine, ci rimprovera, Debray; probabilmente a ragione. Ma l’argomento stride, anche se ne fa parte, che ci vogliamo accorgere o meno.

L’arte sarà introspezione? Non solo. La poesia sarà lirismo? Non solo. Di sicuro non c’è eletto che tiene, sono messe in atto da uomini e donne. Non appendici dello spirito di dio e neppure fenomeni naturali a se stanti. A volte si riutilizzano anticaglie, a volte si “inventa”, sempre si crea, si produce un’opera che come un parto mentale da noi fuoriesce per diventare qualcos’altro.  Non tirerò conclusioni inutili e affrettate, lascio solo uno spunto al lettore, che potrà ampliare se lo ritiene necessario.

Io lo farei…. 🙂

Carol

Annunci
Contrassegnato da tag ,

One thought on “LA VITA E’ ALTROVE

  1. vale ha detto:

    alloro? io vorrei la corona di peperoncino..

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: