LA CAMERA DA LETTO

Qualche anno fa ho visitato il Museo Van Gogh, ad Amsterdam.
Molti sono i quadri che mi hanno colpita come un fulmine a ciel sereno. Anche fra quelli meno conosciuti, quelli che la critica non ha alimentato con le sue arbitrarie cattiverie e dolcezze.
Le tele di Vincent non sono molto grandi. A differenza di quello che siamo indotti a credere per colpa di una pubblicità ed un abuso di immagini van goghiane; che si vedono riprodotte in particolari microscopici come sulle agendine telefoniche o stampate enormi, tutto in nome della vendita. Ok. Oggi tutto è possibile. Trovare i capolavori della pittura mescolati in una macedonia commerciale: la borsetta con la Gioconda, l’astuccio con la Canestra di frutta, il grembiule col David e il borsellino col Café de nuit. E’ ovvio che ad un certo punto il nostro occhio e le nostre sinapsi vanno in corto. Quando ci troviamo davanti agli originali, questo meccanismo malato, fa sì che ne rimaniamo “delusi”. Ce le aspettiamo più grandi. O più piccole. Mai nelle reali dimensioni. Ho sentito frasi del tipo: “Ah, tutto qui?”
E non è “colpa” delle opere!!!! Dei capolavori. Il fenomeno che vi ho descritto è riscontrabile da chiunque, basta che si rechi in una libreria, in un book-shop, in una cartolereria, in un ipermercato.

Anche nel caso di Van Gogh è accaduto e continuerà ad accadere: vedere lo stesso quadro con il vaso di girasoli impresso su porcellane, forchette, cuffie, t-shirt, non fa che alimentare la confusione.
Esso è uno. Non centomila!

Bè, dicevo, i quadri che mi hanno colpita: Natura morta con Bibbia (1885), Natura morta con cozze e gamberetti (1886), Il seminatore (1888), Campo innevato con erpice, da Millet (1890), Farfalla e papaveri (1889), Paesaggio al tramonto (1890), Campo di grano sotto un cielo nuvoloso (1890), Granchio sul dorso (1889). E altri. Se vi va cercateli. Il mio preferito è Ramo di mandorlo in fiore, dipinto a Saint Rémy nel febbraio 1890, da appendere sulla testata del letto del fratello Theo e la cognata. Non vi annoio ancora con l’elenco sterile. Vi racconto qualcosa: Tenete presente che Van Gogh era un povero cristo, che non aveva i soldi di altri pittori, e che, spesso, non riusciva a pagarsi da mangiare, figuriamoci se poteva permettersi gli oli buoni. I colori ad olio che usava erano di pessima qualità. Eppure la sua capacità di applicazione ed interpretazione del colore erano qualcosa di incredibile. I suoi studi sulla cromatologia e sugli effetti dei contrasti di colore sono stati una base importante sulla quale fondare la sua pittura. Pittore instancabile, realizza molte sedute en plain air, secondo la consuetudine impressionista. Non amo le definizioni, ma nel suo caso possiamo usare la parola “proto-espressionista”. Nel periodo parigino i colori terrosi e le impressioni di povertà fuligginosa, di fatica sui volti dei contadini che ha raffigurato in giovane erà, vengono sostituiti da un progressivo interesse verso “colori più freschi”. I fiori, i vasi con piccole piante coltivate, le nature morte. Non c’è in lui la solida plasticità di Cézanne, neppure l’evanescente luminosità degli impressionisti. Ma c’è qualcosa di tutti, e qualcosa di più. Una mano unica, un uso del colore altrettanto innovativo, mai visto prima. Una sorprendente capacità interpretativa ed un modus che acquisisce tratti inverosimili.

Verso il 1887, ad Aversa, Van Gogh s’invaghisce delle Japaniserie, sviluppando un interesse specifico per le arti grafiche.  Un anno dopo è ad Arles, nella casa gialla che divide con Gaugin.
Intendeva creare una vera e propria “casa per artisti, non costosa, anzi, nulla di caro, ma arredata con oggetti -dalle sedie ai dipinti- di carattere.” Inutile dirlo ma il suo sogno non venne realizzato. Ebbe modo, però, di realizzare molti bei dipinti nell’ Atelier di Arles.
Tra i quali il celeberrimo La camera da letto.


Cosa vediamo? La camera del pittore, arredata con semplici mobili in legno di abete. Sulla destra, contro la parete, il letto in un arduo scorcio prospettico, direi quasi fotografico. Sulla sinistra due sedie ed un tavolino per la toilette, tutti percepiti da diversi punti di vista. Il grossolano parquet della pavimentazione ci da la dimensione di rustico che egli voleva rappresentare. La tranquillità ed il sonno di cui parla, invece, sono difficilmente percepibili al giorno d’oggi, poichè i canoni sono cambiati, ed anche il gusto nell’arredamento. Certo è che la camera di Van Gogh era sicuramente molto diversa rispetto alle camere di fine ottocento così piene di cose, riccamente decorate; la sua era già unica nel suo genere, povera di stile, ma impreziosita dai suoi dipinti, quelli di Boch e di Paul Milliet. Era una via di mezzo.
Appese alle pareti anche una salvietta per asciugarsi le mani (sulla destra) ed alcuni abiti (dietro la testata). I contrasti più evidenti sono quelli tra l’azzurro violetto della parete di fondo con il giallo limone ed il verde acido della vetrata. Ed il rosso acceso del copriletto con il verde della seduta in paglia della sedia.
La raffigurazione non si basa sulla realtà, ma, più che altro, sull’impressione che egli aveva del locale; un locale intimo, che lo rifocillava dopo tutte le fatiche della giornata. Dove poteva riposarsi. Notiamo la presenza di due porte, su entrambi i lati della camera.

Le analisi del degrado ci segnalano i cambiamenti di tonalità e croma dell’olio di questa tela: le pareti, che oggi ci appaiono azzurre, erano molto più violette. La seduta della sedia di un verde più scuro e luminoso. Il pavimento di un color legno più sensibile alla luce. Anche se, devo segnalare, la volontà espressa dallo stesso Van Gogh di realizzazione “in maniera piatta”. Eliminando volutamente le ombre per adeguarsi formalmente ad un cambiamento spirituale. Voleva calmarsi, non farsi prendere dalla solita ansia frenetica, e lo fece attraverso la sua concezione della pittura, sempre meno vibrante e sempre più oculata, dalla stesure piatte. Non per questo meno efficace.

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