Tullia Zevi

ADDIO TULLIA ZEVI

È morta oggi a Roma Tullia Zevi, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane dal 1983 al 1998 e icona dell’antifascismo. La Zevi, una delle personalità più note e influenti dell’ebraismo, è scomparsa alla vigilia della Giornata della memoria che si celebrerà il 27 gennaio. A quanto si apprende in ambienti della Comunità ebraica la signora era ricoverata da giorni nell’ospedale della Capitale Fatebenefratelli.

LEGGI RAZZIALI ED ESILIO
Giornalista e scrittrice, di famiglia antifascista, Tullia Zevi avrebbe compiuto 92 anni il prossimo 2 febbraio. Discendente di una famiglia della borghesia ebraica, quando in Italia furono promulgate le leggi razziali era in Svizzera, in vacanza con la famiglia. Seguì il trasferimento in Francia, dove alla Sorbona di Parigi la Zevi proseguì gli studi filosofici cominciati all’università di Milano.
Ma neanche in Francia la famiglia Zevi si sentiva al sicuro e quando si preannunciò l’inizio della guerra, emigrò negli Stati Uniti, dove Tullia continuò a studiare all’università e a suonare l’arpa in diverse orchestre. In quel periodo conobbe Leonarda Bernstein e Frank Sinatra. A New York frequentò i circoli antifascisti e cominciò la professione di giornalista.

RITORNO A ROMA
Al termine della guerra rientrò in Italia con il marito Bruno Zevi, architetto e critico d’arte. Da giornalista era stata inviata a seguire il processo di Norimberga ai gerarchi nazisti. Per oltre trent’anni – dal 1960 al 1993 – Tullia Zevi fu corrispondente per il giornale israeliano Maariv, e in questa fase ebbe modo di scrivere anche sul processo di Eichmann a Gerusalemme. Nel 1978 divenne vice presidente dell’Ucei – l’Unione delle comunità ebraiche italiane -, per poi essere eletta presidente cinque anni dopo.

L’INTESA EBREI-STATO ITALIANO

Fu proprio nel suo ruolo di leader degli ebrei italiani che Tullia Zevi firmò, nel febbraio 1987, con Bettino Craxi, la storica intesa delle comunità ebraiche con lo Stato italiano. Nel novembre del 1992 fu la candidata italiana per il premio «Donna europea dell’anno» e quello stesso 1992 l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro le assegnò il titolo di Cavaliere di Gran Croce, la massima onorificenza italiana. Nel 1994 le fu assegnato il Premio Nazionale Cultura della Pace, mentre nel 1998 venne eletta membro della Commissione per l’Interculturalismo del ministero dell’Istruzione e membro della Commissione italiana dell’Unesco. Nel 2007, insieme alla nipote Nathania Zevi, ha pubblicato la sua biografia, intitolata «Ti racconto la mia storia. Dialogo tra nonna e nipote sull’ebraismo».

CORDOGLIO
Tra i primi ad apprendere della sua scomparsa e ad esprimere cordoglio, il presidente del Senato, Renato Schifani, che ha inviato alle Comunità ebraiche italiane «i sentimenti della profonda vicinanza propria personale e dell’intera Assemblea di Palazzo Madama». «Con Tullia Zevi scompare – ha dichiarato Schifani – un’alta figura intellettuale, testimone in Italia e nel mondo dei valori più nobili e condivisi della cultura ebraica di cui è stata apprezzata e indiscussa protagonista».
Profondo dolore esprime il presidente dell’Unione delle Comunitá Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, «per la scomparsa di una cara amica e una figura di alto livello umano e culturale». Il deputato Pd Emanuele Fiano, ha ricordato la Zevi come «donna di straordinaria cultura e lucidità… Ebrea orgogliosa è stata capace di portare le comunità ebraiche italiane allo straordinario risultato della firma dell’Intesa con lo Stato italiano».

da http://www.corriere.it/roma e ansa

Alcuni dei suoi aforismi più profondi, per ricordarla.

Qual è il più grande servizio che la conoscenza della storia ci può fornire? Quello di metterci sull’avviso. I nazisti hanno voluto uccidere gli ebrei semplicemente perché essi erano ebrei, gli zingari perché erano zingari e gli omosessuali perché erano omosessuali: venivano tutti visti come dei devianti che dovevano essere eliminati. In ciò consistette la “soluzione finale”.

Bisogna ricordare che insieme ai sei milioni di ebrei, sono morti anche centinaia di migliaia di zingari, di omosessuali, di intellettuali e anche di oppositori politici del regime nazista, sia religiosi, sia laici. Ci si deve rendere conto di cosa rappresenta la presa di potere di un regime dittatoriale e si deve amare e conservare questa democrazia che con tanta fatica abbiamo riconquistato.

Si è detto che Hitler riversava sugli ebrei il suo odio contro l’intero genere umano, che riconosceva negli ebrei alcuni suoi stessi difetti, e che, odiando gli ebrei, odiava se stesso, che la violenza della sua avversione proveniva dal timore di poter avere sangue ebreo nelle vene. Non mi sembra una spiegazione adeguata. Non mi sembra lecito spiegare un fenomeno storico, riversandone tutta la colpa su un individuo. Gli esecutori di ordini orrendi non sono innocenti. E inoltre è sempre arduo interpretare le motivazioni profonde di un individuo.

Secondo Pio XII il comunismo era il massimo male per l’Europa e il nazismo poteva essere visto, in un certo senso, come un baluardo contro di esso. La Chiesa non prese quindi una posizione a livello istituzionale, casomai ci furono dei singoli sacerdoti che si opposero al regime e che pagarono questa scelta con la vita. La Chiesa non prese neanche una posizione ferma contro lo sterminio degli ebrei, anche perché essa partiva dal presupposto che se avesse parlato la loro condizione sarebbe diventata ancora peggiore.

Potevo vivere in America, continuare a vivere in America, ho studiato lì, sono arrivata giovanissima. Ho sentito come se fossi sopravvissuta, passando attraverso la tragedia dei campi. Sono sopravvissuta. Mi sono ritrovata ebrea viva nell’Europa del dopoguerra. Gli ebrei in Italia vivevano da duemila anni. Da un giorno all’altro ci è stato detto: non siete nessuno, non siete più nessuno, voi non avete più diritto. Mi è sembrato giusto non solo tornare per cercare di aiutare questa comunità a rinascere, che aveva duemila anni di storia, ma anche di testimoniare come giornalista e come persona.

Gli ebrei tedeschi erano molto assimilati nella cultura tedesca, quindi alcuni non si sono resi conto del pericolo incombente. Chi ha potuto si è messo in salvo, ma quando il fascismo e il nazismo è dilagato in Europa, ad un certo punto era troppo tardi per accorgersene. Quindi ci sono stati dei segni, sono stati captati dei segnali di pericolo, sono stati anche denunciati. Ma la tragedia della guerra e la Shoah hanno travolto la minoranza ebraica. A un certo punto era impossibile mettersi in salvo.

In qualche modo questa guerra ha costituito un grande laboratorio in cui sperimentare il coraggio e la generosità di alcuni, e la preoccupazione, la paura, il silenzio e la responsabilità di altri.

Dovremmo cercare di trarre delle conclusioni da un’esperienza che ha travolto milioni di esseri umani e capire perché si debba conoscere questa storia, nonché quale lezione potremmo avere da questo passato.

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