La mano di Dalì toglie il vello d’oro a forma di nuvola per mostrare a Gala l’aurora dorata, completamente nuda, lontanissima dietro il sole

La mano di Dalì toglie il vello d’oro a forma di nuvola per mostrare a Gala l’aurora dorata, completamente nuda, lontanissima dietro il sole (omaggio a Claude Lorrain 1977-1978)

 

Salvador Dalì

Olio su tela, opera stereoscopica a due pannelli

60 x 60 cm ciascuno (comprese le cornici)

Figueres, Fundaciò Gala-Salvador Dalì

Anche Dalì, negli anni Sessanta dello scorso secolo si interessa di sperimentazioni ottiche, percezione visiva e leggi della Gestalt.

Cosa intendiamo per Gestaltismo?

La parola Gestalt fu usata per la prima volta, come termine tecnico, da Ernst Mach; in seguito Edmund Husserl e Christian von Ehrenfels ripresero il termine da Mach nelle loro teorie psicologiche a fondamento filosofico. Fondatori della psicologia della Gestalt sono di solito considerati Kurt Koffka, Wolfgang Köhler e Max Wertheimer che sono stati certamente i principali promotori e teorizzatori scientifici di questa corrente di ricerca in Psicologia. I loro studi psicologici si focalizzarono soprattutto sugli aspetti percettivi e del ragionamento/problem-solving. La Gestalt contribuì a sviluppare le indagini sull’apprendimento, sulla memoria, sul pensiero, sulla psicologia sociale e sulla psicologia della forma.

L’idea portante dei fondatori della psicologia della Gestalt, che il tutto fosse diverso dalla somma delle singole parti, (tutto è piu’ della somma delle parti) in qualche modo si opponeva al modello dello strutturalismo, diffusosi dalla fine dell’Ottocento, ed ai suoi principi fondamentali, quali l’elementarismo.

Le teorie della Gestalt, si rivelarono altamente innovative, in quanto rintracciarono le basi del comportamento, nel modo in cui viene percepita la realtà, anziché per quella che è realmente; quindi il primo pilastro della teoria della Gestalt fu costruito sullo studio dei processi percettivi e in una percezione immediata del mondo fenomenico.

Il modello teorico della Gestalt riguardante il pensiero si oppose a quello comportamentista, secondo il quale gli animali risolvevano le problematiche con un criterio costituito da tentativi ed errori, proponendo invece un criterio di spiegazione formato dal pensiero, dalla comprensione e dalla intuizione.

Anche nel settore della psicologia sociale le teorie della Gestalt entrarono in conflitto con quelle comportamentiste, che prevedevano di spiegare il comportamento sociale solo in base alle gratificazioni sociali, quali l’elogio e l’approvazione, e proposero invece la teoria dell’attribuzione che metteva in risalto le sensazioni, le percezioni, gli obiettivi, le intenzioni, le convinzioni, le motivazioni e le credenze.

Successivamente, importanti studi furono condotti da Lewin con la teoria del campo e Goldstein con una teoria della personalità secondo la quale l’intero organismo partecipa al comportamento.

In seguito a partire dagli anni ’60, la Gestalt soffrì per alcuni decenni della sua difficoltà a misurarsi con l’avanzato metodo sperimentale e gli approcci psicometrici utilizzabili dal nascente movimento cognitivista, ed il suo modello di teoria della mente si dimostrò meno euristico di quello del cognitivismo in tutti i settori che non fossero legati alla psicologia della percezione. Solo in quest’ultimo ambito, per via di alcune difficoltà a spiegare alcuni fenomeni percettivi in un’ottica strettamente cognitivista, la Gestalt ha recuperato un limitato interesse alla fine del XX secolo. Interessante appare infatti l’attenzione agli aspetti fenomenici della percezione, che il cognitivismo ha in parte trascurato nel suo programma di ricerca. Anche se teorie sui campi elettrici del cervello hanno perso, col passare degli anni, la considerazione da parte dei fisiologi.

Per la psicologia della Gestalt non è giusto dividere l’esperienza umana nelle sue componenti elementari e occorre invece considerare l’intero come fenomeno sovraordinato rispetto alla somma dei suoi componenti: “L’insieme è più della somma delle sue parti” (posizione del molarismo epistemologico o emergentismo) allo stesso modo in cui le caratteristiche di una società non corrispondono a quelle degli individui che la costituiscono. Quello che noi siamo e sentiamo, il nostro stesso comportamento, sono il risultato di una complessa organizzazione che guida anche i nostri processi di pensiero. La stessa percezione non è preceduta dalla sensazione ma è un processo immediato – influenzato dalle passate esperienze solo in quanto queste sono lo sfondo dell’esperienza attuale – che deriva dalla Gestalt, come combinazione delle diverse componenti di un’esperienza reale-attuale. La capacità di percepire un oggetto quindi deve essere rintracciata in una organizzazione presieduta dal sistema nervoso e non ad una banale immagine focalizzata dalla retina.

Per comprendere il mondo circostante si tende a identificarvi forme secondo schemi che ci sembrano adatti – scelti per imitazione, apprendimento e condivisione – e attraverso simili processi si organizzano sia la percezione che il pensiero e la sensazione; ciò avviene di solito del tutto inconsapevolmente.

Con particolare riferimento alla percezione visiva, le regole principali di organizzazione dei dati percepiti sono:

buona forma (la struttura percepita è sempre la più semplice);

prossimità (gli elementi sono raggruppati in funzione delle distanze);

somiglianza (tendenza a raggruppare gli elementi simili);

buona continuità (tutti gli elementi sono percepiti come appartenenti ad un insieme coerente e continuo);

destino comune (se gli elementi sono in movimento, vengono raggruppati quelli con uno spostamento coerente);

figura-sfondo (tutte le parti di una zona si possono interpretare sia come oggetto sia come sfondo);

movimento indotto (uno schema di riferimento formato da alcune strutture che consente la percezione degli oggetti);

pregnanza (nel caso gli stimoli siano ambigui, la percezione sarà buona in base alle informazioni prese dalla retina).

Queste regole sono utili per spiegare diverse illusioni ottiche.

La psicologia della Gestalt, per via dell’influenza e delle tradizioni di ricerca avviate da questi grandi maestri, rappresentò uno di principali programmi di lavoro della psicologia sperimentale italiana tra gli anni ’50 ed i primi anni ’80, prima di essere progressivamente sostituita dal cognitivismo.

In alcune comunità scientifiche, come il cognitivismo e neuroscienze computazionali, le teorie della percezione della Gestalt sono criticate per essere descrittive piuttosto che esplicative della natura. Per questa ragione, esse sono viste da alcuni come ridondanti o disinformative. Per esempio, Bruce, Green & Georgeson concludono nel seguente modo, per quanto riguarda l’influenza della teoria della Gestalt nello studio della percezione visiva:

“La teoria fisiologica dei gestaltisti è caduta per strada, lasciandoci con una serie di principi descrittivi, ma senza un modello di trasformazione percettiva. In effetti, alcune delle loro “leggi” di organizzazione percettiva suonano vaghe e inadeguate. Cosa si intende, ad esempio, con forma “buona” o “semplice”?”

La constatazione dell’apparente olismo nell’impostazione gestaltiana, contrastante con le evidenze sperimentali delle illusioni ottiche come interagenti, attualmente divide la critica in sostenitori della psicologia nei campi della grafica e del design (come dimostrano i molteplici corsi universitari prosecutori delle ricerche originarie della Gestalt), e ricercatori di risoluzione per una dicotomia evidente tra l’estrema precisione formale della teoria e la sua inapplicabilità in situazioni di minima complessità dei fenomeni. L’ingegneria della ricerca sui movimenti oculari propone, per esempio, un approccio empirico allo studio dei valori visivi per la percezione dell’individuo. Un complesso musicale dinamico di IDM, creato dagli Autechre, adotta il nome Gescom – abbreviativo di Gestalt communications, per un progetto che evidenzi la componente sociale dell’estetica nel già teorizzato inconscio collettivo da parte di Jung. La produzione di questo psicanalista culmina con il concetto di Sincronicità negli anni cinquanta, il quale sta alla base di una nuova interpretazione della teoria gestaltiana esposta nella tesi di laurea di Ivan Grebenshikov, dal titolo: Sincronicità emergente; ottica e quantistica in psicologia, orientate alle arti visive. Il testo teorizza una rivisitazione della Gestalt con gli strumenti della “vettorialità” nell’orientamento dei movimenti oculari (organizzazione foveale, macula-periferica), attraverso la spettrofotometria dei fotorecettori, in quanto fisicamente sensibili fino ai singoli fotoni della luce.

Tornando ai nostri due quadri notiamo quanto le teorie della Gestalt e della nascente Op Art (Optical Art) abbiano influenzato l’ideazione di questo dittico stupefacente. Ci confida Amanda Lear, sua modella e amica, che, durante la realizzazione di “La mano di Dalì..” il pittore si fece preparare un solido a forma di triangolo ricoperto di specchi (simile al triangolo di Gaetano Kanizsa), che gli serviva per sovrapporre visivamente i due lavori, attuando una sintesi additiva.

Dalì crea un’immagine olografica, ovvero un’ immagine aperta alla terza dimensione! Potete informarvi più dettagliatamente sull’argomento cercando gli scritti del Premio Nobel Dennis Gabor sull’olografia appunto.

Dal 1975 i suoi dipinti olografici si interrompono, anche se non rinunciò mai a raffigurare la cosiddetta “visione totale”, non abbandonado il trompe l’oeil (letteralemente inganno dell’occhio) e le stereoscopia ottocentesca.

Applica i principi della stereoscopia alle sue opere solo dal 1969, quando rimane folgorato, ad una mostra al Petit Palais a Parigi, dal lavoro di Gérard Dou, un maestro olandese del Seicento, per lui il “primo pittore stereoscopico”.

Quest’opera è ideata secondo i canoni classici degli stereogrammi: due immagini, una per occhio, ottenute con costruzioni geometriche e con foto scattate con un apparecchio con due obiettivi. Perché sovrapponendole si apprezzasse l’effetto tridimensionale, la coppia di tele, è stata dipinta da punti di vista particolari, e poi guardate simultaneamente grazie allo speciale specchio di cui vi ho già parlato, o con occhiali dalle lenti apposite.

Per Dalì la stereoscopia immortala e legittima la geometria.

Il peasaggio delle due opere è ispirato ad un’opera di Lorrain, Gala, in centro, eternata nel suo corpo di giovane, sospesa, è chiaramente un’allegoria dell’alba. In alto a destra la mano del pittore afferra delicata il vello d’oro (una nuvola spumeggiante) per mostrare il capo reclinato di Gala; anche se ancora non lo mostra ed il nudo sembra un nudo ellenico acefalo (senza testa). L’atmosfera marina è calma, e ha l’oro in bocca, come il mattino. Il riferimento filosofico a Giasone e gli Argonauti del titolo esprimo un disilluso fatalismo, quasi a voler ricordare che dopo ogni tramonto, un’alba rinasce  nella continuità della vita.

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