Dematerializzazione del naso di Nerone, Salvador Dalì

Dematerializzazione del naso di Nerone (1947)

Salvador Dalì

Olio su tela

76. x 46 cm  Figueres, Fundaciò Gala-Salvador Dalì

Il 6 e il 9 agosto 1945, con lo scoppio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, in Giappone, termina la Seconda Guerra Mondiale. Le drammatiche conseguenze di questo evento colpiscono profondamente Dalì.

I suoi interessi si spostano bruscamente dalla psicoanalisi alla fisica nucleare. Questa scienza lo influenzerà fino al Cinquanta. Cercherà di coniugare la fisica quantistica alla tradizione classica e rinascimentale. I paesaggi dipinti dopo le esplosioni atomiche sono permeati dal terrore per ciò che è avvenuto e dal desiderio di dominare una realtà che crolla a pezzi.

Questa serie di quadri è stata definita la “mistica nucleare” daliniana. Tra essi ricordiamo:

Idillio atomico e uranico melanconico del 1945

Leda atomica del 1949

La Madonna di Port Lligat del 1950.

In essi “spazio fluttuante e realismo quantizzato” forniscono la chiave per dominare la forza di gravità. Ogni frammento appare sospeso ed estraneo alla composizione completa, come nell’equilibrio magnetico tra le particelle nella materia.

Dalì smaterializza i corpi per poi ricomporli con rinnovata spiritualità, facendo fluire la loro energia interna atomica e sacra; quasi per esorcizzare la paura della distruzione del genere umano. Questa scoperta condurrà il pittore catalano a scomporre ulteriormente la figura attraverso la cosiddetta “pittura crepuscolare” della Galatea delle Sfere (1952), o dell’ Esplosione di testa raffaellesca (1951).

La sintesi fra decostruzione trascendentale e riscoperta dello stile classico raggiunge il suo apice proprio in questa tela, Dematerializzazione vicino al naso di Nerone, conosciuta anche col suo titolo  surrealista: Separazione dell’atomo.

Vediamo il paesaggio dell’Ampurdan, davanti al quale si compone un altare dedicato alla sparizione del genere umano. Il punto di fuga prospettico è perfettamente centrale. In primo piano, un cubo di marmo quadripartito fluttua; su di esso sono incise le parole Atomicus Nemo (in riferimento all’ultimo olocausto), al centro di questa figura c’è un melograno diviso a metà.

E’ il simbolo di un universo atomico ed i chicchi si muovono come elettrificati. Per me vuole rappresentare il travaglio di un’umanità provata dai patimenti, sezionata nella sua fibra fisica e morale, frastornata e tremebonda, che cerca di ricomporsi ma non può.

In alto un arco romano, sovrastato da un timpano, con nicchie contenti figure evanescenti, vola nel cielo azzurro. Le figure, sebbene non poggino a terra, sembrano statiche e immutabili. In mezzo all’architettura troviamo il busto di Nerone, emblema del potere. La statua appare in quattro frammenti: la gola, il basamento, il busto ed il naso, rimando alla distruzione dell’Impero romano e della civiltà contemporanea. Il naso è distaccato dalla faccia, come se fosse al primo stadio di decomposione; sospeso, funziona come un orologio solare, che segna l’ora nell’era atomica.

Sopra il timpano troviamo due piccole figure: il progresso alato e un personaggio vestito di stracci. Essi raffigurano il dibattito (ancora attualissimo) sull’applicazione pacifica del nucleare e i terribili effetti del suo uso come arma. Le figure in basso sono persone come noi che guardano la scena, la morte è vestita di bianco; anche il cipresso è una metafora della morte ed è saldamente ancorato a terra. Al centro dell’opera, calmai e penne offrono la speranza di gestire questo potere con la negoziazione fra le potenze di tutti i continenti.

 

 

 

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