Gli Eremiti

GLI EREMITI

Egon Schiele, 1912

olio su tela, 181 x 181 cm

analisi di C. Gianotti

In questo dipinto Schiele fonde in un’unica forma doppia due figure a grandezza naturale. I volti hanno i lineamenti di Schiele e di Klimt. Queste reciproche citazioni, tuttavia, non sono quasi mai intese in senso letterario e diretto: in una lettera indirizzata a Carl Reininghaus in cui parla del quadro, Schiele non accenna a questo particolare. Nella lettera si legge, tra l’altro: “Ammetto volentieri che per il momento hai ragione. Nel grande dipinto, all’inizio non si vede distintamente come stanno i due personaggi (…) L’indefinitezza delle figure, che sono ripiegate su se stesse (…) Corpi di uomini nauseati dalla vita, suicidi, ma uomini che provano sentimenti. Guarda le due figure come una nuvola di polvere simile a questa terra, che vorrebbe alzarsi e deve crollare senza forze. In un quadro che non dovrebbe avere questo significato, si vedrà accentuata la posizione delle figure, ma qui non dovrebbe essere così.”

Schiele deve difendere agli occhi del collezionista il dipinto, che non riuscì a vendere finchè visse. La grandezza dell’opera e l’unicità di questa fusione di forme monumentale, dall’espressione potentissima, non fu riconosciuta.

Di importanza decisiva per la composizione è l’asse centrale obliquo della grande, scura, figura, quasi astratta nel panneggio che la riveste.

E’ protesa verso l’alto a sinistra. Le due teste sono inclinate ancora più decisamente nella stessa direzione. Contrastano questo movimento la collinetta di terra, le linee chiare che si diaprtono dal fiore e il piede sollevato.

Il ricco contorno del mantello non è stato eseguito al primo colpo (Schiele lo ha modificato e ritoccato più volte) eppure appare tanto naturale da sembrare dipinto di getto.

Dalla sua massa nera spuntano le mani dei due giovani eremiti, superbe nel disegno e nel colore. La mano di Schiele (a sinistra) stringe una cartelletta di disegni, appena percepibile, è la sua compagna fedele. Klimt sulla destra è completamente appoggiato a Schiele, che, simbolicamente, lo sorregge.

Ha gli occhi chiusi. Dorme? Sogna? Soffre? Sta morendo? La sua fronte è cinta da una ghirlanda di frutti autunnali, come se avesse già concluso il raccolto.

Sul volto di Schiele, le labbra piene e sensuali formano un singolare contrasto con le guance scavate, la fronte solcata dalle rughe, la corona di fiori di cardo appassiti sembra una corona di spine, i suoi occhi sono dolorosamente aperti.

Dal terreno alla sinistra della doppia figura cresce un’unica rosa, rossa, coi petali avvizziti, lo stelo esile.

Per qualcuno è speranza, per altri è dolore.

E’ una “malattia mortale” che s’impossessa della vita. Un sentimento tragico del mondo si annuncia in tutto e in ognuno di noi. Idea e attuazione pratica sono rette dal soffio della passione. E Schiele non esagera quando, nella già citata lettera a Reininghaus scrive:

“ E’ nato semplicemente per affetto.”

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