The Man Who Mistook His Wife For a Hat

C. Gianotti scrive

L’ ANALISI DEL LIBRO DI OLIVER SACKS

L’ UOMO CHE SCAMBIO’ SUA MOGLIE PER UN CAPPELLO”

copertina del libro

 

primo capitolo

“ E’ un libro che vorrei consigliare a tutti.

Medici e malati, lettori di romanzi e di poesia, cultori di psicologia e metafisica, vagabondi e sedentari, realisti e fantastici.

La prima musa di Sacks è la meraviglia per la molteplicità dell’universo.”

Pietro Citati

Il professor Sacks insegnò per molti anni (e insegna tutt’ora) neurologia all’ Albert Einstein College of Medicine di New York.

Durante la sua lunga e brillante carriera gli capitò, un giorno, di visitare un musicista famoso, cantante e professore  alla Scuola di Musica di NY: il dottor P..

Egli decise di sottoporsi alla visita a causa del manifestarsi di strani episodi:  perse progressivamente la capacità di riconoscere gli alunni dalla faccia. Egli li distingueva dalla voce. Tali incidenti divennero sempre più frequenti, causando tutta una serie di problematiche. La sua patologia si aggravò a tal punto che egli non era più in grado di distinguere le persone reali dagli oggetti.

In primis si pensò ad un difetto visivo ma, seppur non vi fosse traccia nel paziente di demenza nel senso comune, egli denunciò episodi di “confusione mentale”.

Il dottore, dopo la namnesi, passò ai normali controlli di routine: gli fece togliere una scarpa per controllare la riflessologia, sfregando la pianta del piede con una chiave.

Poi si voltò per avvitare l’oftalmoscopio, per sottopore il paziente alla visita oculistica, ma, dopo un minuto, si accorse che non si era rimesso la scarpa.

Seguì un breve dialogo durante il quale scambiò il suo piede per la scarpa. E viceversa. Egli sembrava indifferente, forse divertito. La sua acutezza visiva era buona. Ma che cosa vedeva?

Era chiaro che, sebbene tutto indicasse la “normalità” del paziente, l’episodio non era da sottovalutare.

Il dottore sottopose, allora, alla sua attenzione una copia del National Geographic Magazine, chiedendogli di analizzare verbalmente gli scenari presenti nelle fotografie. Egli sfogliò la rivista, soffermandosi sulla copertina: vi era un’immagine delle dune del Sahara: cosa vide il paziente?

Un fiume, un piccolo albergo con terrazza sull’acqua ed una moltitudine di persone intente a pranzare sotto ombrelloni colorati: guardava a mezz’aria, non la figura direttamente, confabulando di elementi inesistenti.

Il dottore  era esterefatto. Mentre il professor P. appariva sereno e soddisfatto delle sue risposte. “Non entrò mai in relazione con l’immagine come un tutto, non affrontò mai la fisionomia dell’immagine”.

A questo punto il paziente, convinto che la visita giungesse al termine, afferrò la testa della moglie e cercò di calzarla in capo, come se fosse un cappello. Aveva scambiato sua moglie per un cappello!

ll dottore era a dir poco incredulo.

Dopo pochi giorni passò a trovare il professore a casa sua, nel suo ambiente domestico, per comprendere maggiormente le sue abitudini ed i suoi comportamenti.

Sacks osservò la casa: era proprio una bella casa, piena di libri e oggetti. Ma il punto nevralgico, l’elemento pregnante, era la musica.

Il dottor P. entrò distrattamente cercando la strada con la mano protratta verso la vecchia pendola. Poi, sentendo la voce (quindi la presenza) del dottore, si diresse verso di lui.

Sacks accompagnò, allora, il professore al pianoforte, mentre lui cantava il pezzo Diechterliebe di Schumann.

Questo perchè il professore dichiarò candidamente che non sapeva più leggere lo spartito.

“Era chiaro che la scuola di musica non lo teneva per pietà”.

Era di fronte ad un genio, e che, perdipiù, non leggeva la musica, ma la sentiva.

I lobi del paziente erano evidentemente intatti. Identificava correttamente e senza fatica i solidi platonici e le figure delle carte da gioco. Cosa ancor più sorprendente, era che non riconosceva le espressioni del viso umano.

Guardarono poi un film con Bette Davis ed il professore non riuscì a comprendere “il senso della scena, l’identità dei personaggi, addirittura il loro sesso”.

I suoi commenti apparivano assurdi e fuori luogo.

Fu grazie alle difficoltà collegate alla visione del film, che Sacks decise di fargli analizzare le fotografie dei suoi familiari, e vedere se tali difficolta si verificavano solo con i film.

1

O se potevano sopraggiungere anche nel distinguere persone molto prossime e conosciute.

Il risultato detto così può sembrare comico, ma in realtà fu tragico: egli, osservando le fotografie, non riconobbe proprio nessuno: né la moglie, né i suoi figli, i suoi allievi,i colleghi, i parenti; non riconobbe neanche se stesso.

Ma riconobbe Albert Einstein e suo fratello:  “Ah Paul! Quella mandibola squadrata, quei grossi denti! Lo riconoscerei dovunque!” Ma lo riconosceva davvero? O erano alcuni indizi, alcuni tratti somatici particolari che gli permettevano di azzardare un nome?

“In assenza di contrassegni inconfondibili era assolutamente perso.(…)

Ma ciò che non funzionava non erano soltanto le facoltà cognitive, la gnosis; era tutto il modo di procedere che assolutamente non andava”.

Egli interagiva con i volti delle persone come con dei rompicapo o dei test astratti. L’approccio era incredibile. Nessun volto gli era familiare. In loro non vedeva mai un “tu” ma sempre un “esso”, la gnosis (conoscenza, dal greco gnosco:conosco) era formale ma mai personale.

L’elemento più comprovante era la sua assoluta indifferenza verso l’espressione.

Per noi, solitamente, vedere un volto significa “vederci dentro” una persona. Per il dottor P.  non c’era nessuno “dentro”, per lui i volti e le persone erano solo una forma, solo un “fuori”.

Lo stesso giorno il dottor Sacks aveva comprato un rosa da mettersi all’occhiello. La pose al dottor P. che la prese non come una persona alla quale viene regalato un fiore, ma con la cura quasi reverenziale dello scenziato o del botanico che esamina un esemplare. Ne fece un’analisi scientifica sulle dimensioni, sulla forma (“15 cm.,forma rossa convoluta con un’appendice lineare verde, e forse un’infiorescenza..”) ma non comprese che l’oggetto che stava analizzando poteva essere una rosa fino a quando il dottore non gli disse: “La annusi…” Di colpo il dottor P. si animò: “Che meraviglia! Una rosa precoce, che profumo divino!”

Allora Sacks gli pose un guanto chiedendogli di descrivere l’oggetto, ed egli cominciò: “superficie continua dotata di cinque estensioni cave, se così si può dire….”. Esortato e sforzandosi di collegare non riuscì a ricondurre la forma dell’oggetto alla forma mentale né al suo nome, al nome convenzionalmente usato per definire un guanto. “Non ha un aspetto familiare?”

Nessun lampo di riconoscimento illuminò il viso del professore. Nulla.

Di tutto ciò che vedeva nulla era lui familare, “visivamente era smarrito in un mondo di astrazioni inanimate”.

Le considerazioni del dottor Sacks furono a dir poco allarmanti: secondo lui il paziente “non possedeva un mondo visivo reale, così come non possedeva un sé visivo reale”. Parlava delle cose ma non le vedeva, perlomeno non veramente, non faceva connessioni mentali, le figure erano tutte a se stanti e non relazionabili fra loro.

Uno studio sugli afasici (persone che hanno subito lesioni all’emisfero sinistro del cervello) dimostra che essi perdono il pensiero astratto e propositivo, paragonandoli ai cani.

Nel caso del dottor P. si ipotizzano lesioni all’emisfero destro, anche se questa tesi non è mai stata avvalorata: lui era l’esatto opposto. Il suo cervello funzionava come una macchina, servendosi di schemi ed elementi chiave, che, presi in esame, gli fornivano le caratteristiche salienti per decifrare la struttura delle cose. Senza mai coglierne la realtà, le relazioni con l’esterno e gli scambi interpersonali. Il suo mondo era fatto così, ed era questa la ragione delle sue confusioni mentali, deve essere molto difficile mettere rapidamnete in relazione cose a se stanti, disgiunte, astratte.

I test sul paziente non avevano ancora detto tutto:

fu così che il dottor Sacks gli chiese di descrivere con le parole ciò che vedeva entrando nella piazza cittadina, usando la memoria.

Egli descrisse i ricordi prima di ciò che vedeva da un lato e poi dall’altro: e in entrambi i casi ricordava solo gli edifici e i negozi situati alla sua destra.

E poi ancora lo interroggò sulla trama del libro Anna Karenina di Lev Tolstoj: ricordava le parole dei personaggi a memoria ma non i loro volti, non li aveva mai immaginati, focalizzandosi invece sul “cosa” e sul “come” più che sul “chi”.

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Il problema era enorme: non visualizzava mai le persone, né quelle vere e neppure i personaggi di fantasia della letteratura e del cinema, noti ai più. Non ricordava le scene della componente visiva delle narrazioni. In compenso ricordava benissimo le trame, grazie all’ausilio di schemi mentali.

Questa sua attitudine formidabile, che aveva sviluppato nel corso degli anni, proprio come compensazione per le lacune visive, fu manifesta quando giocarono a scacchi. Era bravissimo e battè il dottor Sacks senza fatica. Visualizzava ottimamente la scacchiera e non sbagliava una mossa. Era forse capace di creare immagini visive? Magari perchè il danno riguardava la corteccia cerebrale, (il requisto organico indispensabile per produrre immagini figurative)? Il dottor P. stava bene e non lottava perchè non aveva neppure la consapevolezza di aver perso qualcosa. A lui andava bene così.  Ma, si chiedeva Sacks, “ è più tragico l’uomo che sapeva, o l’uomo che non sapeva?”.

Terminata la visita la signora P. servì loro il caffè coi pasticcini.

Il dottor P. era sereno e sembrava apprezzare la merenda, afferrava e mangiava di gusto i dolci, i suoi movimenti erano sciolti ed “abituati” a compiere quell’azione. Ad un tratto bussarono tre colpi alla porta. Colto alla sprovvista il professore trasalì. Si irrigidì e smise di masticare. Si fece immobile. Indifferente. Era come se la tavola non esistesse più e che lui fosse lì col corpo ma con la mente altrove.

La moglie gli versò il caffè. Il profumo lo fece tornare nel contesto e lui lo bevve e riprese a mangiare.

Ella spiegò di come il marito facesse tutto canticchiando. “Io gli metto i vestiti al solito posto, lui si lava, si veste, ma se perde il filo non riconosce più le cose, dimentica cosa stava facendo, non riconosce neanche più se stesso. (…) Lui canta continuamnete, per mangiare, per vestirsi, per fare il bagno. Non riesce a fare nulla se non lo trasforma in melodia.”

Sulle pareti della stanza vi erano molti quadri e la moglie raccontò che li aveva dipinti proprio il professore, passando, per come diceva lei, dal realismo al non figurato e alla pittura astratta.

Secondo lei per un’evoluzione artistica, secondo il dottor Sacks per un percorso patologico.

Un percorso diretto verso una “profonda agnosia visiva” durante il quale si erano completamente perdute le capacità di creazione delle immagini, di visione e di raffigurazione della realtà.

Le opere realizzate del professore erano un validissimo documento per comprendere l’aggravarsi della patologia della quale era affetto.

Mangiando un pasticcino il professore chiese a bruciapelo: “Dr. Sacks.Mi pare di capire che mi trova un caso interessante. Dov’è il guasto?”

Il guasto non lo aveva ancora capito del tutto, perchè c’era un guasto. Ma nel caso di questo straordinario paziente  la neurologia non poteva fungere da bacchetta magica, cancellando le straordinarie capacità e le confusioni mentali. Il consiglio che gli diede fu semplice: se fino ad allora la musica era stata il centro della vita del professore, era la musica a dover divenire la sua vita stessa. “Faccia diventare la  musica la sua intera vita”.

Il danno essenziale non riguardava la percezione visiva e non solo. Erano compromesse anche le facoltà fondamentali della percezione visiva, ossia l’immaginazione e la memoria visiva, quantomeno in attinenza con gli aspetti personali, familiari, cocreti della vita.

La musica aveva sostituito per lui l’immagine. Chi è la neurologia per cambiare tutto questo?

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Bibliografia:
Oliver Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (The Man Who Mistook His Wife For a Hat), Adelphi Edizioni (XII edizione febbraio 2009)

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