LA ZATTERA DELLA MEDUSA DI THEODORE GERICAULT

LA ZATTERA DELLA MEDUSA

articolo di Carol Gianotti

 

LA ZATTERA DELLA MEDUSA, THEODORE GERICAULT

Realizzata nel 1819

Olio su tela

misure 491×716 cm.

Museo del Louvre, Parigi

Questo capolavoro assoluto del maestro Gericault è stato realizzato nel 1819. Rappresenta un fatto di cronaca di allora, i superstiti al naufragio della fregata francese Medusa, che si inabissò nel 1816 al largo delle coste africane.
Il momento raffigurato è l’avvistamento della nave che li trarrà in salvo.

Per ciò che concerne la composizione, notiamo il gruppo di superstiti in balìa delle onde, accalcato sull’unica porzione ancora solida del relitto, in uno spazio quadrangolare con vertice visibile, centrale nel bordo inferiore della tela.
L’altro vertice corrisponde all’apice delle funi che tengono in trazione l’albero della vela. Esse creano una geometria ben visibile, di forma piramidale.
La stessa figura geometrica è determinata dai personaggi. Il vertice è dato dall’uomo più in alto, che sventola un panno bianco-rosso chiedendo soccorso. La linea dell’orizzonte molto alta fraziona il mare verdastro, da un cielo dai toni ricchissimi, luci giallo bile e gamme di grigi verdi ad enfatizzare la drammaticità dell’opera.
La linea di Gericault è netta, capace di tracciare lo spazio dei corpi e gli elementi del relitto.

L’impronta formale neoclassica di quest’opera suggerisce elementi di pura innovazione, che coesistono fondendosi magistralmente. Gericault abbatte la perfezione ed il tema classicista, avvicinandosi alla nuova sensibilità romantica.

Le masse dei corpi mantengono comunque quella pregnanza del metodo antico, sembrano statue scolpite nel marmo, i muscoli evidenti, solidi, l’incarnato perfetto. E’ il colore ad essere “nuovo”, come il tema.  Sono la disperazione dei superstiti, la paura della morte, le lunghe sofferenze patite in mare, la drammaticità del soggetto a fare della Zattera un’opera romantica a tutti gli effetti.
La catastrofe naturale soppianta le ricche scene d’ interni, non c’è nulla di poetico, di tranquillo, di condivisibile. Tutto è verde, grigio, giallo, bruno, colori malsani come l’ humor bilioso, la vita in bilico su un filo di lana, dove la morte attende. I vivi si sorreggono a malapena su qualche cadavere.
Nonostante tutto questo, la nave in lontananza sembra giungere per portarli in salvo, e l’uomo stremato che non smette di scuotere il cencio è un’allegoria: la speranza.
le tinte fondamentali sono i bruni, gli ocra, i beige, i verdastri, tutti schiariti e scuriti a dovere. Il mare aperto e le nubi scure che annunciano tempesta sono realizzate con degli splendidi blu e verdi. Le vele, i drappi, i pezzi di stoffa sporca sono dati da sapienti velature. Sprazzi qua e là di porpora e vermigli desaturati esaltano la plasticità dell’opera.

Diceva Gericault: ” se gli ostacoli e le difficoltà scoraggiano un uomo mediocre, al contrario al genio sono necessari.

 

 

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