GIOVANNI BATTISTA PIRANESI, INCISORE

GIOVANNI BATTISTA PIRANESI

(Mogliano di Mestre 4 Ottobre 1720 – Roma 9 Novembre 1778)

Articolo di Carol Gianotti

Il Mausoleo di Cecilia Metella in un'incisione di G. Battista Piranesi

 

La sua attività d’incisore, architetto, pittore, scrittore e archeologo, improntata da una cultura enciclopedica e animata da un’ insopprimibile istanza critica e morale, lo pone fra i maggiori rappresentanti dell’ età illuministica; nella sua arte, l’impulso visionario e fantastico e l’amplificazione della realtà in chiave di sublime si uniscono con il rigore scientifico della ricerca in immagini di straordinaria forza espressiva.

La prima educazione artistica di Piranesi è veneziana.

Studia architettura con lo zio Matteo Lucchesi e prospettiva con l’incisore Carlo Zucchi; frequenta l’architetto Scalfarotto e gli scenografi Valeriani che lo introducono al gusto neo-palladiano che segna la cultura architettonica del Settecento.

Recatosi a Roma nel 1740, come disegnatore al seguito dell’ ambasciatore veneziano, si applica all’incisione sotto la guida del Vasi e del Polanzani.

Nella raccolta di stampe del cardinale Neri Corsini viene a contatto coi capolavori di Rembrandt, Callot, Stefano della Bella, Castiglione, che accendono il suo interesse per l’acquaforte. La serie di architetture fantastiche dedicate al suo primo mecenate romano Nicola Giobbe (Prima Parte di Architetture e Prospettive, 1743) è il risultato diretto degli studi iniziali del Piranesi a Venezia.

Mentre le Varie Vedute di Roma Antica e Moderna del 1745 (cinque delle quali compaiono fin dal ’41 nella Roma Moderna edita dal Barbiellini) sono il suo primo tentativo di realizzare vedute dal vero per mezzo di un tratteggio più duttile e vibrante, volto ad effetti pittorici.

Un dipinto attribuitogli dal Calvesi (Roma, Accademia di S. Luca: Veduta prospettica n.316) stilisticamente vicino alle incisioni della Prima Parte, potrebbe dar conto della giovanile attività del pittore, ricordata dalle fonti.

L’evoluzione stilistica del Piranesi si perfeziona in occasione dei ritorni a Venezia nel 1743 e del 1744 che lo portano a contatto con l’arte di G. B. Tiepolo, del quale frequenta la bottega, di M. Ricci e del Canaletto. Durante un soggiorno veneziano o subito dopo, lavora alle quattro incisioni dei Capricci o alle Invenzioni di Carceri, esibiti fra i più alti della sua fantasia; nei primi (pubblicati nel 1750 in un volume di Opere Varie) sono evidenti le suggestioni della grafia volante del Tiepolo, della luce diffusa del Canaletto e del rovinismo del Ricci.

Nelle Carceri, serie di 14 stampe edite verso il 1750 dal Bouchard, la lezione d’immediatezza grafica e scansione luministica del Tiepolo e l’esperienza della scenografia bibienesca che s’affermava a Venezia verso il quinto decennio.

Le carceri di B. Piranesi

Particolare de Le Carceri, B. Piranesi

Le Antichità Romane de’ Tempi de la Repubblica, pubblicate nel 1748 ma incise probabilmente a partire dal 1743/44, risentono ancora del gusto veneziano ricollegandosi stilisticamente ai fogli più liberi delle Varie Vedute e agli stessi Capricci.

Un viaggio a Napoli, verso il 1743, lo avrebbe portato a contatto della evoluta cultura locale, e con tutta probabilità del Vico che avrà un’influenza determinante, come ci racconta il Calvesi, sulla sua ideologia e la sua opera pervasa da un sentimento profondo della storia. Stabilitosi a Roma dal 1745 “in faccia all’ Accademia di Francia” entra in contatto con gli artisti che la frequentano; tra questi il Panini, che impersona la tradizione alla grande della grande pittura vedutistica. Egli ha un innegabile ascendente sul Piarnesi, evidente all’incirca dal 1748, quando l’artista comincia le incisioni dedicate alle grandi Vedute di Roma.

Veduta di Piazza della Bocca, B. Piranesi

Veduta di San Pietro e della Piazza con colonnato, B.Piranesi

Veduta di Piazza Navona, B. Piranesi

A quest’opera, pubblicata dal figlio Francesco Piranesi in due volumi di complessive 137 tavole, il maestro si dedica fino alla morte; essa riassume i diversi periodi della sua arte e rispecchia l’approfondimento prodigioso della tecnica dell’ acquaforte. Nel contempo, con la prima edizione dei Trofei di Ottaviano Augusto (dieci tavole del 1753) si fa strada l’impegno archeologico.

Dal 1750, trasferendosi nel palazzo Tomati, raccoglie una ricchissima collezione antiquaria; tra il 1750 e il 1756 incide le Antichità Romane, 226 tavole in quattro tomi pubblicati nel 1756. E’ l’opera in cui Piranesi esprime con maggiore coerenza l’ambizione di documentare la grandezza dell’architettura romana; il suo completamento teorico è nel testo, arricchito di quaranta incisioni, della Magnificenza ed Architettura de’ Romani, dedicata a Clemente XIII (1761) appassionata difesa dell’arte costruttiva romana alla vigilia dell’affermazione del gusto neo-classico rappresentato dal Winckelmann e dal Canova.

In seguito approfondisce le ricerche in una serie di opere analitiche: Le Rovine del Castello dell’Acqua Giulia (1762); Lapides Capitolini (1762); Descrizione e Disegno dell’emissario del Lago Albano (1762); Il Campo Marzio dell’Antica Roma (1762), la più ampia delle sue opere di ricostruzione archeologica dedicata a Robert Adam; Antichità di Cora (1764); Trofeo o sia Magnifica Colonna Coclide (dopo il 1770).

Le rovine del castello dell'Acqua Giulia, B. Piranesi

Il Campo Marzio dell'Antica Roma, B. Piranesi

Lapides Capitolini, B. Piranesi

Eletto membro della Society of Antiquaries di Londra nel 1757 e Accademico di San Luca nel 1761, riceve diversi incarichi come architetto (Chiesa di Santa Maria del Priorato).

L’interesse per i problemi decorativi che impronta il suo gusto più tardo è all’origine della grande raccolta del 1769: Diverse Maniere per decorare i camini.

Negli ultimi anni visita Paestum e la Magna Grecia eseguendo disegni, incisi in parte da Francesco, e prepara le venti tavole delle Différentes Vues de l’Ancienne Ville de Pesto (1778), pubblicate postume, nelle quali l’evocazione drammatica delle vedute romane cede ad una rappresentazione misurata e solenne.

I rami piranesiani si conservano, quasi al completo, nella calcografia Nazionale di Roma.

Gli oltre seicento disegni sono divise in varie raccolte d’Europa e d’America, prime fra tutte il British Museum di Londra, la Kunstbibliothek di Berlino e la Pierpont Morgan Library di New York.

I figli Francesco, Pietro, Laura e Angelo, praticarono l’incisione e furono suoi allievi e collaboratori. Pietro è noto per alcune incisioni di profili, piante e sezioni, realizzate da disegni del padre e pubblicate nel secondo tomo delle Antiquités de Pompeia (Parigi, 1807); Laura (Roma 1755/1785) per l’incisione di una rara serie di dodici Vedute Romane di piccolo formato a imitazione delle stampe paterne. Emigrati a Parigi dopo la morte del padre, i fratelli impiantarono la Calcographie des Piranesi Frères. Era una scuola d’incisione, dedicata principalmente alla stampa delle stampe di G. B. Piranesi e all’intaglio dei suoi disegni.

In seguito alla morte di Francesco (1810) le opere in possesso dei figli vengono vendute all’editore Firmin-Didot che le stampa fino al 1839, anno in cui sono riacquistate, per volontà di Gregorio XVI, dalla Calcografia Camerale Romana.

(Una precisazione, forse superflua ma doverosa: tutte le immagini che avete visto nell’articolo, sono stampe delle lastre incise dal maestro.)

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One thought on “GIOVANNI BATTISTA PIRANESI, INCISORE

  1. vale ha detto:

    troppo un figo

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