GLI SCAPIGLIATI

8 NOVEMBRE 2009
LA SCAPIGLIATURA. UN PANDEMONIO PER CAMBIARE L’ARTE.
PALAZZO REALE – MILANO

articolo di Carol Gianotti

mostra collettiva d’arte moderna

vernissage 25 GIUGNO 2009

curatrice Annie Paule Quinsac

autori Ernesto Bazzaro, Leonardo Bistolfi, Filippo Carcano, Tranquillo Cremona, Federico Faruffini, Giuseppe Grandi, Eugenio Pellini, Giovanni Carnovali detto Il Piccio, Daniele Ranzoni, Camillo Rapetti, Medardo Rosso, Paolo Troubetzkoy.

Sotto il patronato del Presidente della Repubblica Italiana G. Napolitano

Promossa dall’ Assessorato alla Cultura del Comune di Milano

Prodotta e organizzata da Palazzo Reale e Artematica

Col patrocinato del Ministero per i beni e le attività culturali della Regione Lombardia e della Provincia di Milano, 250 opere per celebrare il movimento che segnò la nuova Italia e che la traghettò verso il cambiamento delle ideologie e dei costumi.

appunti di viaggio di Carol Gianotti

LA SCAPIGLIATURA

Con questo termine, coniato da Cletto Arrighi, corrispondente al francese bohème, si indica quel movimento artistico e culturale sviluppatosi a ridosso del Piemonte e della Lombardia tra il 1860 e il 1870.

Cosa ci dice l’Arrighi a proposito della Scapigliatura?

“In tutte le grandi e ricche città del mondo incivilito esiste una certa quanità di individui ambo i sessi fra i venti e i trentacinque anni, non più; pieni di ingegno quasi sempre; più avanzati del loro tempo; indipendenti come l’aquila delle Alpi; pronti al bene quanto al male; irrequieti, travagliati, turbolenti – i quali – o per certe contraddizioni terribili fra la loro condizione e il loro stato – vale a dire fra ciò che hanno in testa e ciò che hanno in tasca – o per certe influenze sociali da cui sono trascinati, per vivere da eccentrici e disordinati o per mille altre cause ed effetti, il cui studio formerà il mio romanzo – meritano di essere classificati in una nuova e particolare suddivisione della grande famiglia sociale, come coloro che vi formano una nuova casta sui generis, distinta da tutte le altre. Questa casta o classe, – che sarà meglio detto -, vero pandemionio del secolo; personificazione della follia fuori dai manicomi, serbatoio del disordine e della imprevidenza, dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti; io l’ho chiamata, appunto, la Scapigliatura.”
Così scrive nel 1862, come introduzione del suo romanzo, La Scapigliatura e il 6 Febbraio (Un Dramma in Famiglia). Romanzo contemporaneo. Nel quale alle vicende bohème del protagonista si concatena l’evento storico, il colpo di scena: il fallimeto dell’ insurrezione austiaca che avrebbe dovuto rinnovare a Milano il “miracolo” delle Cinque Giornate del 1848 e che, invece, fallì nel giro di un paio d’ore, con l’impiccagione di 15 soldati e la fucilazione di altrettanti davanti al Castello Sforzesco.

Chi è Cletto Arrighi?

Cletto Arrighi è lo pseudonimo di Carlo Righetti (Milano 1828 – 1906), scrittore, giornalista, commediografo, impresario teatrale, ventenne già sulle barricate, che già nel dicembre del 1857, alla presentazione del suo romanzo sull’ Almanacco del Pungolo, stila il primo “Manifesto del movimento ideologico degli Scapigliati”.

La Milano di quel tempo era ancora quella delle casette gialle con sprazzi di gradito neoclassico, di quei palazzi ariosi e di quelle strade inframmezzate dal trottatoio; la Milano dei barconi neri lungo il naviglio, tirati sulle sponde da cavalli maremmani; il verziere entro le mura. Ma tutto si sta muovendo. Tutto sta cambiando.

E’ indubbio, dall’ Unità d’Italia del 1860, Milano è cresciuta. Ha votato la sua prima amministrazione e si è avviata alla ristrutturazione urbanistica, a partire dai progetti per il rinnovamento della Piazza del Duomo.
E’ una Milano intellettualmente viva, come poche volte nella storia.
E’ libera dalle dittature straniere e dai loro gusti e sta riscoprendo il suo proprio gusto personale, in fatto d’arte e non solo.
Si va a teatro, ci si incontra per parlare e divertirsi, per mangiare nelle rinomate osterie elette a cenacoli, si studia all’Accedemia di Brera, nella quale e contro la quale ruota la vita degli Scapigliati.

E’ in questo contesto urbano che nasce e matura il gruppo, cavalcando l’onda dello spirito del tempo.

Arrighi è essenziale per comprenderne l’ideologia, grazie alla stesura del manifesto della Scapigliatura.

I principi ispiratori furono l’opposizione alla morale e ai costumi borghesi, ai quali contrappose l’esaltazione polemica della dissolutezza e dell’anarchia.

Artisti e scrittori, si avvicinarono moralmente al decadentismo francese di Charles Baudelaire, Verlain e Rembaud e vennero influenzati dalle tendenze d’oltralpe, come l’umorismo di Sterne e Heine ed il gusto per l’orrorifico ed il fantasy.

Si possono cogliere gli spunti più interessanti e duraturi del movimento nell’espressionismo linguistico, oltre che nella ricerca di nuove forme di comunicazione e di narrazione.

Al gruppo appartennero grandi scrittori, letterati ed artisti, diventando un movimento più grande di quanto fossero i suoi obiettivi originari. Un’esperienza a tutto tondo, fondamento intellettuale ma anche storica e socio–politica.

Un apprezzabile tentativo di rinnovamento artistico, ideologico e di costume.

Scaturita dal calo di tensione etica post-risorgimentale e, come in tutta Europa, dal dissolversi dell’ultimo romanticismo nella ventata positivista, la nuova corrente della S. finisce per rappresentare, in Italia, l’antesignana delle cosiddette avanguardie storiche, anche se solo nei confini regionali.

Secondo la critica sia il futurismo che il divisionismo italiano hanno “marca lombarda e origine scapigliata”.

Destino strano, quello della S., noto e frainteso al contempo. Dura dieci anni ma si ripercuote sulla storia dell’arte del nord Italia per quaranta, cioè fino al Novecento e l’avvento della avanguardie.

L’era fascista risparmia il Ranzoni.

Ma condanna tutti gli altri scapigliati ancora attivi perchè avevano, secondo Mussolini, “un’ideologia in sé, scomoda al regime, perchè di vocazione politica anti-istituzionale e di tendenza estetica intimistico-decadente”.

IN CHIESA di Federico Faruffini, 1861
Emergono influenze del positivismo e del naturalismo francese, che crebbero di pari passo con la fascinazione per l’ oriente. Di impianto realista è la luce a farla da padrona. L’ atmosfera è profonda,capace di evocare sentimenti. Il tentavivo del Faruffini, come dei suoi compagni d’Accademia, era, in quegli anni, qualcosa di eccezionalmente innovativo: tentavano di “unificare la arti”, quindi l’architettura, la scultura, la pittura e anche la musica, in un’ unica grande esperienza visiva e dei sensi. (Notiamo l’organista in alto a sinistra quasi in ombra, ma presente, a dare musicalità alla scena).

Notiamo anche l’utilizzo del verismo e l’attenta analisi dell’interazione fra la luce e la materia, l’ampia campitura e la sottilissima linea-luce sulla colonna. Gioco al quale risultarono essere molto sensibili, seppur in maniera diversa, tutti gli impressionisti.

Un esempio di bovarismo è LA LETTRICE (o CLARA), di Federico Faruffini una tela di fattezze realistiche, ma profondamente intimistica. E’ una “posa rubata” del tutto inconsueta per l’ epoca; Clara fuma, legge,è adagiata sul divano e sembra non accorgersi dello sguardo del pittore. Questa tela sfida le convenzioni e la moralità borghese allontanandosi, definitivamente, dal romantico. Questa opera è stata dipinta dal pittore “fine a se stessa”, ovvero non per commissione ma per diletto personale. La prima lettura critica dell’ opera è del 1936. Perciò non vi sono state occasioni di vederla esposta prima della metà del Novecento.

CLARA, F. Faruffini

IN CHIESA, F. Faruffini, 1861

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One thought on “GLI SCAPIGLIATI

  1. guglielmo ha detto:

    Il Sen. Mario Abbiate che villeggiava a Buscate abitava il Via Brera a Milano. Era uno spirito libero per il tempo e amava circondarsi di artisti provenienti dalla vicina Accademia. Non è un caso quindi che anche la sua casa di villeggiatura di Buscate avesse una discreta collezione di opere. Mi permetto una auto-citazione da Traversagnetta (ed. Ilmiolibro.it): “Ornavano le sale interne della Villa numerose tele: nell’ingresso due opere di Alessandro Magnasco, dalle atmosfere tetre ed allucinate, raffiguranti i biblici Ester e Salomone; nell’anticamera una gran tela del Caratta. Il soffitto della sala da pranzo è affrescato dai fratelli Domenico e Gerolamo Induno con festoni floreali ed ippogrifi sui quattro angoli con le fauci spalancate. Nella cappella si poteva ammirare una gran tela (anch’essa del Magnasco, forse) raffigurante Dio, incombente dalla pala dell’altare, una “Mater Dolorosa” in bronzo dello scultore Leonardo Bistolfi, una “Via Crucis” in ceramica del Della Robbia e nella sagrestia un “Purgatorio” di Andrea Appiani.”
    Questa scelta di quadri era stata suggerita anche dalla pittrice Maria Colzani che ha dimorato per lunghi anni presso la Villa Abbiate di Buscate.

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